Lou Barlow - Emoh (Domino, 2005)

E così ci sono voluti anni prima che quello che mi sembra sia stato uno dei capisaldi dell'indie rock old school venisse allo scoperto con un disco a suo nome. D'altronde se l'ha fatto anche Will Oldham, perchè non Lou. Se dovessi pensare un secondo a una decina di canzoni che hanno accompagnato i miei primi vent'anni di sicuro due sono sue. Ricordo che scarabocchiavo la sigla Sebadoh sul mio blocco note nelle prime lezioni dell'università tra economia aziendale e diritto privato; la sera, tornando a a casa, mettevo sempre su Bakesale pensando alla compagna di banco due file più avanti che ogni tanto si girava e sorrideva.
A questo punto molti diranno che con Baglioni sarebbe stato meglio, ma diciamo che anche Lou sapeva accompagnare tutte quelle micro esperienze, rendendole ugualmente magiche. Ho trovato persino un vecchio album di foto del 1994 con incollate sopra tutte le notizie che riuscivo a racimolare sui Sebadoh, Sentridoh e le altre fantastiche creature di Lou Barlow (anche se devo dire che non sono mai stato un fan sfegatato dei Folk Implosion). Ero proprio preso male insomma. Ora, proprio quando le mie finanze si stanno riducendo a causa dei due album di Bright Eyes, Barlow se ne esce contemporaneamente con un album solista. La notizia l'avevo sentita un pomeriggio di qualche settimana prima a Radio Popolare, dove Lou si era esibito in un breve show acustico: alla domanda sul motivo per il quale stavolta si presentasse col suo nome, egli rispose candidamente di averlo fatto dopo le continue insistenze della moglie e della madre. Forse c'era anche un pò di voglia di mettersi in gioco a trentotto anni suonati e con un figlio in arrivo, chiudendo così un'era, quella dell'eterno adolescente brufoloso e occhialuto.
Emoh non toglie nè aggiunge nulla alla sua straordinaria semplicità di scrittura, pescando nelle sue quattrodici tracce a piene mani nell'eredità folk americana, un pò come succedeva in quelle approssimazioni a forma canzone sotto il monicker Sentridoh. Qui però tutto è più pulito e professionale, nonostante qualche siparietto possa evocare il periodo passato in bassa fedeltà. Mai come ora comunque la sua voce è risultata tanto cristallina nello spiegarci ora come allora che - citando Rohmer - "la giovinezza è l'epoca delle speranze ma anche dell'attesa vana."

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