Lobster

Credo che la geografia influisca in modo massiccio nella musica, un ottimo esempio è l'etichetta Lobster (www.lobsterrecords.com), con sede a Santa Barbara, California... E si sente! Un certo tipo di sonorità punk-hardcore sono nate da quelle parti e questi gruppi di ragazzi lo dimostrano in pieno; c'è chi va ancora a scuola, chi lavora saltuariamente, e l'età media è molto bassa, nonostante ascoltando i loro dischi proprio non si direbbe.
L'etichetta si muove dal punk all'hardcore melodico e all'emocore, senza mai tralasciare quest'ultima componente che rispunta qua e là quasi in tutte le produzioni; d'altronde le due anime di Lobster sono Steve, più emotivo, e Shawn, già chitarrista dei primi Lagwagon, più votato al genere suonato dal suo ex gruppo.
Quando vi capitano sottomano le copertine molto curate dei loro dischi, date una occhiata al disegno dell'aragosta che dà il nome all'etichetta, sempre in pose esilaranti. Sarà l'aria della California...

Whippersnapper - America's Favorite Pastime (Lobster, 1998)
Whippersnapper - The Long Walk (Lobster, 1999)
L'hardcore melodico è un genere che in questi anni non ho frequentato, soprattutto a causa dell'invasione di gruppi-fotocopia su Epitaph con relativo seguito di minorenni con cresta e telefonino da milioni al seguito... Il punk milionario però non ha niente a che vedere con i Whippersnapper, che con questi dischi riescono letteralmente a raddirizzare quelle giornate partite storte: basta ascoltare l'attacco di Two Of A Kind da America's Favorite Pastime per cambiare umore: il tiro è notevole e non cala per nulla con lo scorrere dei brani. La produzione di Shawn rende merito a questi cinque ragazzi (naturalmente appassionati di skate) che suonano con perizia il genere, senza mai cadere nello stucchevole, cosa che accade troppo spesso in questo ambito: una chicca come Silent Crime, ad esempio, non sfigura affatto col resto del disco; punta assoluta la cover dei Pogues, Tuesday Morning, memorabile.
Appena di poco inferiore il seguito The Long Walk, forse ancor meglio prodotto ma non con la freschezza di America's Favorite Pastime, anche se il basso e soprattutto le linee vocali sono maggiormente messe in evidenza, ed è una buona idea, dato che tutti e cinque si cimentano tra canti e cori. Forse fa la differenza quella cover dei Pogues...

Mock Orange - Nines & Sixes (Lobster, 1998)
Mock Orange - The Record Play (Lobster, 2000)
Decisamente il miglior gruppo su Lobster (anche se pure l'esordio di Staring Back non scherza), soprattutto dal mio punto di vista di indierocker, i Mock Orange mescolano con cura due elementi come l'indie college dei primi novanta con l'emocore, ed i risultati sono notevoli.
Il primo disco è prodotto da Shawn Dewey, come quasi tutta la produzione di quel periodo, e comincia con Growing Crooked, brano sullo stile dei campioni Weezer; subito dopo viene a galla il lato più emo-tivo, con We Work, breve ma con un drumming fantasioso e personale, una delle caratteristiche che rendono più fresco il suono di Mock Orange. Le chitarre sono secche e piene, il cantato ed i coretti al posto giusto, il tutto a formare canzoni articolate, con un dinamismo brioso, ma al tempo stesso molto melodiche ed orecchiabili. Le due perle del disco arrivano sul finale: Poster Child, che parte lenta, per prendere subito un tiro notevole, anche grazie alle chitarre ben in evidenza ed ai cambi di tempo davvero efficaci; di seguito la romantica Dictionary, che prende fuoco nel mezzo con una esplosione emotiva per poi sprofondare di nuovo nel mieloso finale.
The Record Play è stato registrato e missato da Mark Trombino, grosso nome già al lavoro con mezzo mondo nel punk-emo che conta, ed il risultato è quello di rendere ancor più spiccati i lati emotivi della band, col neo di uniformare maggiormente i suoni a quella scena; poco male, visto che Mock Orange sono migliorati ulteriormente dal punto di vista compositivo. A partire da Brake Lights On col suo basso pulsante nel finale, ma soprattutto con la seguente She Runs The Ride, culmine del disco, dove le poche righe di testo ripetute più volte lasciano spazio a variazioni sonore efficaci ed incisive a base di distorsioni fulminanti.
Mock Orange è un buon nome su cui scommettere nell'affollatissimo mondo dell'emo, spero che riescano ad emergere in un ambito ultimamente inflazionato (intendiamoci: magari in Italia avessimo qualcosa di lontanamente simile...).

Yellowcard - One For The Kids (Lobster, 2001)
Questo debutto degli Yellowcard non è affatto male. Già dalla copertina si capisce l'aria di "college" che si respirerà nel disco. Ma la cosa che sconvolge di più è l'impressionante somiglianza con i Saves The Day. Identici, dai suoni, gli stacchi, la voce, l'argomento dei testi (adolescenziali/depressi...), le ballate acustiche (proprio come il disco acustico dei STD) ecc. Ripeto, non è per niente male, è fresco, melodico e divertente, leggermente spruzzato di malinconia (emo?), ma talmente "clonato" da lasciare spiazzati. L'unica cosa che li distingue un po' è l'uso in una manciata di pezzi di un bel violino, che insieme a chitarre distorte, riff e grancasse scoppiettanti, fa la sua porca figura...
Ottimo pop-punk-hc-melodico, se diventassero famosi non mi stupirei, anche se per adesso i Blink bastano e avanzano, nel mainstream, si intende...

Staring Back - The Mean Streets Of Goleta (Lobster, 1999)
Staring Back - Many Will Play (Lobster, 2000)
Nato originariamente come un demo (infatti i suoni sono un po' di plastica), questo esordio degli Staring Back promette veramente bene: nove pezzi per diciannove minuti, tirati, pezzi più melodici ed altri meno (uno solo, a dire la verità, il classico pezzo dove canta il batterista...), testi divertentissimi (da leggere Mom, dove "mia mamma suonava il basso negli Agnostic Front"). Il loro HC melodico non è originalissimo, ma se si sentono tutte le ovvie influenze Fat-Wreck del caso (Good Riddance, Strong Out), chissà come mi tornano in mente i mai troppo grandi Lifetime e i Dag Nasty...
Carino, non vedo perché non ascoltarlo la mattina appena sveglio...
Many Will Play è praticamente identico all'esordio, ma fortunatamente più lungo e con suoni migliori. Forse la batteria si fa un po' più lenta, ma restano gli stacchetti e gli stop n' go del genere. Niente di fondamentale (il mondo è pieno di bands che suonano esattamente come loro), ma mi sono simpatici e mi ritrovo spesso ad ascoltarli la mattina sul bus mentre vado in università (se c'è il sole, se no vado di musica depressa, che la preferisco...).
Il problema per questi dischi/gruppi è il solito... Sono un po' tutti uguali ed alla lunga stufano. Ma il fatto che questi qui non siano su una quasi-major me li fa gradire molto di più di tutti quei fighetti che si guadagnano i soldoni uscendo per il Fat Mike o Gurewitz di turno. Promossi, finché avrò voglia di ascoltarli... Fanno pure una cover degli RKL. Un punto in più.

Buck Wild - Beat Me Silly (Lobster, 1996)
Buck Wild - Full Metal Overdrive (Lobster, 1999)
Non mi piacciono questi Buck Wild. Il loro punkrock è tanto melodico quanto datato. La batteria fa tu-pa-tu-tu-pa come nei peggiori cloni dei nofx (volutamente con la n minuscola perché se la meritano). Ignoranti e senza un minimo di originalità, a tratti mi ricordano i Mulligan Stu, ma sono di brutto inferiori. Cali-punk, si diceva, tra l'altro in questo disco dovrebbe entrare in qualche modo un ex-Lagwagon...peggio di così non poteva essere (si salva solo la cover di Happy Together). Inoltre la copertina raffigurante un topo morto è disgustosa. Forse l'unica cosa da evitare in casa Lobster...
Per Full Metal Overdrive vale lo stesso discorso che ho fatto per il disco precedente, solo che qui la copertina è geniale, ma in meno non c'è la cover di Happy Together... Brutto.

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