Kepler - Missionless Days (Resonant, 2002)
Leeeeeeentisssimamenteeeeee. I Codeine tracciarono le laschissime linee guida per un genere che ormai spopola. Lo slowcore più narcolettico e introspettivo. Disperato e a tratti disperso. Lontano da quegli echi campagnoli dei Low, vicino per sentire ai Red House Painters. Ma soffice, sottile, non etereo, di una consistenza fragile. Bello, sicuramente. Meglio composto del precedente. Ottimamente prodotto. Questi canadesi mi fanno soffrire... Sono estremamente legati alla loro terra, una terra colorata, una terra che mantiene ancora intatte molte delle sue peculiarità naturali, una terra a cui si possono ancora ricondurre molti dei sentimenti contrastati e sanguigni provati dalla maggior parte dei suoi celebrati artisti. L'eletta schiera, capeggiata dal Neil Young di After The Gold Rush, si allunga del nome di questi figli così bravi da lasciar supporre che stiano ancora nascondendo qualche cosa... Una marachella o un passato inglorioso? Uno scherzo o degli assi nelle maniche ancora da calare? Di sicuro in questo album ci sono brani che basterebbero a farli emergere in qualsiasi compilation a cui dovessero partecipare in futuro. Una capacità innata che si manifesta in I'm A Parade e in Our Little Museum nei meravigliosi intrecci di chitarre, o nella Lambchoppiana Salvation. Un disco da mettere al sicuro per le depressioni più nere o per le storie d'amore più belle. |