Judah Johnson - Kisses And Interrogation (Flameshovel, 2002)
Alternanza di influenze e provenienze per Flameshovel, interessante etichetta di Milwaukee. E noi, come con il maiale, non buttiamo via niente (questa l'ho sentita da Eco). I primi che mi vengono tra le mani sono Judah Johnson da Detroit, decisamente convinti e convincenti: il layout bianco e sobrio del CD viene compensato da arrangiamenti assai corposi e professionali. A volte pure troppo. Dopo l'iniziale Look At My Hands che sembra uscita dalla testa di Badalamenti, le coordinate sonore della band convergono verso le melodie curate di Elliott Smith (The Great Humanitarian, The Ruse), l'indie d'autore di Pedro The Lion (Vegas Revisited, la desolata Consolation e In The Can), senza disdegnare una puntatina qui e là in quella voglia di pathos a tutti i costi che permea gli ultimi lavori dei tronfi ma bravi (eh sì, sono uno dei pochi che reputa Amnesiac un bel disco) Radiohead. Un esempio? Le chitarre ipnotiche del brano che dà il nome all'album sembrano venute fuori direttamente da Kid A: senza dubbio uno dei picchi dell'opera, indipendentemente dal gruppo preso a modello. Pure la voce di Daniel Johnson (non è lui, manca una "t"...) è una delle più belle e ispirate che abbia ascoltato ultimamente, mentre quasi tutti i brani si mantengono abbondantemente sopra la media. Decisamente trascurabili sono invece le cadute di tono. "Emozionanti senza essere emo", come leggo nella press release. |