The Impossible Shapes - We Like It Wild (Secretly Canadian, 2003)
Si fa fatica ad incanalare in qualche modo questa band di Indianapolis, il cui monicker è già di per sè emblematico. Meglio lasciarsi andare alle impressioni, allora: Give Me A Note si apre con un arpeggio blando blando che porta il gruppo su territori decisamente pop, ma il tiro si corregge con la successiva The Perfect Timing, dove dalla voce 'distante' di Chris Barth, oltre che dalla slide guitar, emerge una netta predilezione del gruppo per la psichedelia anni '60 e la dolcezza di Donovan. La canzone che dà il titolo all'album (fra le più riuscite, direi) conferma quanto detto portandoci dentro un limbo di pace e serenità. A fatica mi riprendo con le successive Sharing Our Space, You Are Not The Target e What About The Other Side (...il lato oscuro della luna?), i neuroni si annebbiano e viene in mente una sola cosa: Elephant 6. L'ascolto, nonostante i tanti riferimenti e la classe del gruppo, non risulta per nulla pesante anche nelle suite dalle strutture più complesse (Breathing In The Burning Room); il difetto maggiore risiede forse in una sostanziale freddezza dell'operazione: le emozioni latitano a tutto vantaggio di una sorta di raffinatissimo viaggio fatto di colori, echi e psichedelia sedativa. Se apprezzate gruppi come Kingsbury Manx o Of Montreal, We Like It Wild è un disco perlomeno da segnare sui vostri Post-It colorati. Magari la prossima volta che vi capiterà di stendervi sul prato a guardare il lento movimento delle nuvole avrete la giusta colonna sonora. Da notare che ha collaborato in sede di registrazione Jason Molina (Songs: Ohia). |