Micah P. Hinson - And the gospel of progress (Sketchbook, 2004)

Per una volta non curatevi della mitologia che aleggia attorno all’autore di questo disco: è la solita, classica storia di una adolescenza breve (o una maturazione precoce) a base di fughe, amori e droghe. Ascoltate la musica, perché alla fine è quello che interessa veramente e tanto il personaggio ce lo sentirete dentro: un (giovane) uomo e le sue storie.
Micah Paul Hinson si inserisce nel solco dei grandi autori americani che ciclicamente rileggono le proprie radici, secondo una linea che partendo da molto lontano porta fino a Bill Callahan (alias Smog, la vocalità li accomuna) e ai Lambchop (la cura e la ricchezza degli arrangiamenti che esaltano la scrittura, portata però a un livello stellare). Però, a ben sentire, nelle tredici tracce che formano l’ora scarsa di questo folgorante esordio c’è sempre uno scarto dalla strada principale, un istinto che spinge Hinson ad anticipare l’aspettativa dell’ascoltatore deviandone il percorso su vie meno battute e perciò molto fascinose, caratterizzando ogni canzone come fosse un capitolo di una storia più ampia, con una propria personalità caratteristica ma un padre sempre ben individuabile.
Questo sono la malinconia di fondo solo a tratti sfogata che aleggia un po’ovunque, capace di evocare l’immenso Alex Chilton di Sister/Lovers, seduto desolato a guardarsi allo specchio a notte fonda (You Lost Sight Of Me e la sua slide che echeggia da una stanza lontana); gli archi in tumulto e gli strappi di At Last, Your Promises; il crescendo irrefrenabile di Close Your Eyes con quella voce che non chiede altro che essere raggiunta per poi spegnersi all’improvviso; o ancora l’abbraccio estatico di voci a stemperare la desolazione di I Still Remember, cuore ferito che gronda un violoncello. Infine resta solo il passato, cancellato per rinascere a nuova vita da bibliche catastrofi nel gospel progressista The Day Texas Sank To The Bottom Of The Sea.
E’, in fondo, la medesima volontà di rifarsi a una cultura con piglio per nulla reverenziale, la stessa che negli anni ci ha donato Cash, Dylan, Townes Van Zandt, Will Oldham per non citarne che alcuni e che prosegue, incurante del tempo che scorre, a trovare sempre nuovi cantori capaci di tenerla viva. Senza farsi schiacciare dagli ingombranti esempi di chi lo ha preceduto, Micah P. porta in dote un disco da ricordare negli anni: se dovesse brillare per una sola notte, chi lo sa, chi se ne importa. Conta che ci prenda il cuore e lo prosciughi per rammentarci del mondo là fuori.
Una volta al giorno, almeno. Poi sarà sortilegio, naturale il voler tornare alle tastiere e alla voce da primo Tom Waits di The Nothing; a una As You Can See che parte country per poi incontrare il Nick Drake di Bryter Layter complice un improvviso e inatteso flauto; al valzer mitteleuropeo attraversato dai fiati mariachi di Stand In My Way; a Patience che pare una Be My Baby di Spectoriana memoria ma rauca, ubriaca e rallentata.
C’è un momento, nella speranzosa malinconia del girotondo di Don’T You (Part 1 & 2), in cui Micah implora accorato di non dimenticarlo: e come potremmo mai?

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