Helms - Mc Carthy (Kimchee, 2002)

Sin dal primo disco The Swimmer provo un debole per questa band. La copertina di quest'opera seconda non è altro che la continuazione di quella del primo album, anche se qui sulle case e sui tralicci è calata una placida notte stellata. Dentro, poi, decine e decine di foto carinissime e minimaliste. Anche la musica non cambia poi tanto rispetto all'esordio: giri di chitarra a vuoto (ormai diventati un marchio di fabbrica del trio), parole a volte biascicate, altre urlate - quasi a spronare le canzoni a procedere -, estrema quiete alternata a qualche scattino (The Hypocondriac's Last Words, It Takes Skin To Wind). Uno stile sobrio e secco che prosegue sulla stessa (ottima) strada del lavoro precedente: Mc Carthy, forse, è ancora più bello e coinvolgente dell'esordio, per quanto bizzarra e obliqua possa essere la formula proposta. Il gruppo piace anche perché qui non si avverte quella freddezza accademica che permea tante uscite della 'Chicago School of Post-Slint Rock'. Nella strumentale Nothing Can Keep Us From Stopping c'è pure una linea melodica semplicemente adorabile che si stacca un po' dagli altri brani. Three inizia da una nota di chitarra e un sussurro e finisce 'a scomparsa' per ben tre volte. E' da tutti questi piccoli particolari che vedi quanto un gruppo possa essere originale suonando solo tre strumenti e utilizzando pochissimi accordi in ripetizione. Grande pure la batteria, specie nell’immensa Robots Are Great. But Are We Ready For Them To Dance On Their Own?. Ipnotici.

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