|
Gringo L'etichetta inglese Gringo (www.diskant.net/gringo) dispone di un catalogo dai nomi davvero interessanti: Hirameka Hi-Fi, Empire-Builder, ma soprattutto tre bands, tutte al loro disco di debutto e tutte davvero notevoli, che rispondono ai nomi di San Lorenzo, Eska e Reynolds. Tre bands dalle differenti caratteristiche e peculiarità, che possono adattarsi quindi a diversi palati. Si tratta di gruppi giovani ma dalle straordinarie qualità, e di lavori consigliabilissimi in ognuno dei seguenti casi. Proprio per questo le valutazioni alla fine sono dipese molto anche dai miei gusti personali, pur avendo cercato di essere il più obiettivo possibile. Tenetene conto, e buon ascolto. San Lorenzo - Nothing New Ever Works (Gringo, 2000) ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]()
Delle tre produzioni qui recensite questa è sicuramente la più vicina al mio palato musicale.
San Lorenzo è infatti un giovanissimo classico trio chitarra-basso-batteria, sicuramente formatosi ascoltando quelli che anche per me sono i grandi nomi fondamentali. Eclettici, mutevoli, imprevedibili e fantasiosi, seguono appassionatamente quella tradizione indie-noise rock americana che fa capo a Sonic Youth e Yo La Tengo. Forse le loro non sono sperimentazioni vere e proprie, ma piuttosto eccitanti variazioni sul tema imparato; resta il fatto che tra questi brani esistono piccole gemme, lente simil-ballad, esplosioni improvvise di furiosa energia, momenti sospesi, il tutto con la ciliegina sulla torta costituita dalla doppia voce maschile/femminile, che fa tanto indie malinconico...Spiccano per bellezza il minuto e mezzo appena di chitarra acustica e glockenspiel di My History Is Valid (molto Smog-like), per dire dolcemente "I can see you in so many thoughts..."; le chitarre alternativamente graffianti e quiete nella lunga descrizione di una Life Without Mountains, otto minuti epici che valgono comunque la scelta quale singolo (!); e la conclusiva, intensissima cavalcata chitarristica denominata ironicamente American High School Rock Song, tra esplosioni rumorose ed interventi di tromba: stupefacente. Ma pure ho apprezzato Dead Amps, in cui i nostri si trasformano nei Nirvana pesanti e rabbiosi degli esordi (la voce roca è uguale); le atmosfere simil-Drop Nineteens in Tension Halved; e le trascinanti, impetuose chitarre di fuoco in Julie James e For Her Math. Giovani e inesperti? Tutt'altro! Inquieti e nervosi, San Lorenzo mescolano assieme energia e malinconia con incredibile e in apparenza inconsapevole talento, confezionando un piccolo grande disco, caldamente consigliato dal sottoscritto. Eska - Invent The Fortune (Gringo, 2000) ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]()
Senza ombra di dubbio la band dalle maggiori possibilità commerciali fra quelle considerate. Sulle scene da diversi anni ma sempre sottovalutati (definiti "Scotland's best kept secret" dalla e-zine Collective), gli Eska - provenienti da Glasgow - sono autori di un guitar rock fantasioso e mutevole, molto creativo e interessante, basato su ottimi spunti melodici e su di un suono alquanto agitato e altalenante, che le note dell'etichetta riconducono a bands quali Chavez o Drive Like Jehu, ma che a me ricorda parecchio soprattutto gli Archers Of Loaf. E proprio come per questi ultimi infatti, vedrete bene, non è facile trovare coordinate precise e si finisce per elencare una marea di nomi. Tra i tanti il più ricorrente sembra essere quello dei Mogwai, con i quali la band partecipò anni fa alla compilation Camden Crawl (Lovetrain, 1996) assieme alle altre 'speranze' Delgados e Prolapse. Il vero motivo dell'accostamento sta però nel fatto che Stuart Braithwaite dei Mogwai ricoprì un tempo il ruolo di batterista per gli stessi Eska.Si parte gia' impetuosamente con Goodbye To Victories (che da sola evoca diversi ricordi), per proseguire con gli scoppi obliqui e malevoli, alla Steel Pole Bath Tub, di Blast Theory ('teoria dello scoppio', appunto). Il brano meglio riuscito, nonchè ideale singolo, è però senza dubbio quello dal titolo più impronunciabile e difficile da ricordare: From Springboard To Highdive, che rappresenta alla perfezione la mia idea di indie rock...intensità, emozione, ruvida delicatezza e sensibilità. Tra Superchunk e Motorpsycho, obbiettivo perfettamente centrato! Altro bel pezzo è The Ghosts Invade, che, tra inusitati cambi di tempo ed intermezzi, potrebbe ricordare cose ben più pop. Decisamente piacevole in ogni sua parte, il disco lascia buone sensazioni anche nel caso di composizioni strumentali come Knives, Slowing, ma dà il suo meglio nelle sezioni di maggior intensità (la chiusura di The Unbelievable Snow Of 1999, prima lenta e malinconica, poi trasformata da una incontenibile energia). Insomma, una band capace e consapevole dei propri mezzi, che riesce con solo otto canzoni a convincere e ad appassionare grazie ad una sapiente miscela indie-pop-rock, trascinante, avvincente, ed in fin dei conti anche piuttosto personale. Un ottimo debutto per un gruppo di cui sono certo sentiremo ancora parlare. Reynolds - Field Recordings (Gringo, 2000) ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]()
La band più tesa e nervosa del lotto, dal valore innegabile, nonostante non rientri pienamente nei miei gusti personali. Estremamente rumorosi e malinconici in maniera alternata, i Reynolds suonano post-hardcore con uno stile apparentemente freddo e tecnico, a tratti spiazzante per i passaggi improvvisi dal caos alla quiete. La voce accompagna con sussurri impercettibili o, per contrasto, urla inattese. I pezzi che preferisco sono This Flat Land, lenta e cadenzata, ripetitiva, che in nove lunghi minuti si snoda tra indie e post-rock, tra Seam e Bedhead; e Site Specific, davvero ottima, varia e cangiante, con belle chitarre in primo piano, sezione ritmica dura e potente, ed aperture melodiche leggiadre alternate a ritorni violenti. Colpisce anche il caos sonoro di Good Intentions Are Not Enough, con un suono pesante e poi ancora lieve, ed uno splendido sfogo rabbioso a metà. Mentre i restanti brani si assestano sullo stesso stile, con simili preludi, grida e chitarre taglienti come sciabole: prendete quale bell'esempio la violenta Humble Pie. Talvolta pare persino di ascoltare qualcosa di simile ai Van Pelt, sebbene i tratti piu' duri siano ispirati piuttosto dai Fugazi e ancor più dagli Shellac. Alla fine però il rischio è che sia una sensazione di stanchezza a prevalere, ma ovviamente si tratta di un rischio intrinseco allo stile adottato. E allora per molti questo disco, senz'altro devastante, potrà essere addirittura rivitalizzante. Teneteli bene d'occhio, in questo caso.
|