Gravity And Henry - Pisces (Mechanism, 2002)
Ecco al debutto l'ennesimo gruppo di derivazione grunge, proveniente da Portland, Oregon. Con una particolarità sorprendente, però: si tratta di un duo, composto dal chitarrista e cantante Matt Sheehy, alle prese anche con un sampler ed effetti di vario tipo, e dal notevole batterista Jarhid Brown. Ad un primo ascolto sembrerebbe trattarsi di quel che viene da alcuni definito "candy grunge", ossia quello di recente creazione, quello delle band che girano su Mtv, coi capelli lunghi e il faccino triste - uniche cose ad avere in comune con i gruppi storici della cosiddetta scena di Seattle. In realtà, dicevo appunto, sembrerebbe; perchè il suono del gruppo si posiziona piuttosto sul versante del più classico pop-rock americano, risultando assolutamente piacevole, caldo, pacato e tranquillo, sebbene mai così corposo ed avvolgente come ci si aspetterebbe (in contrasto con le numerose descrizioni di esaltanti esibizioni live). Le chitarre non sono mai ruvide e la batteria, serena ma vitale ed espressiva, fa ben di più che accompagnare semplicemente queste atmosfere ombrose. Gravity And Henry - Sputnik: Travelling Companion (Mechanism, 2003)
Seconda prova per i due Gravity And Henry, che mi avevano lasciato un poco perplesso con le loro atmosfere "candy grunge" mischiate a voglie più raffinate (Jeff Buckley, Dave Matthews Band): finivano per non andare da nessuna parte, dando l'impressione che si trattasse di una 'americanata' di disco, per quanto quelle sfumature gli dessero quel qualcosa... In quest'occasione il duo pare maturato, dimostra una maggiore personalità, sa controllarsi e convincere, creando momenti di reale intensità. Trigger/Response è già un'ottimo inizio, meglio ancora Full Minute Figure; addolcisce l'animo una classica Lullaby Song (pur così banalmente intitolata); scorrono piacevoli le Goo Goo Dollsiane Shit For Laughing e New Spanish Dictionary; brilla di luce propria la più movimentata, ma sempre emozionale Object Designed To Conserve Space; con un pianoforte degno dei Satchel si apre, e con melodie alla Toad The Wet Sprocket prosegue emozionante Sink Full Of Rust; grande intensità anche nelle trame chitarristiche di The Apollo Room; si riacquista vigore con le chitarrone di Wellbutrin. Pur non ravvisando sostanziali cambiamenti di rotta rispetto al precedente lavoro, è evidente all'ascolto la differenza. Questi tredici brani piaceranno agli amanti del tradizionale pop-rock made in USA (a patto che non si aspettino delle canzoncine banali: qui nulla lo è, fate caso alla splendida batteria), a parecchi fans dei Pearl Jam, ma anche ad altri che non se lo aspetterebbero affatto. |