Ghetto Priest - Vulture Culture (On-U Sound/Wide, 2003)
Non so quanti tra di voi lettori di Sodapop abbiano familiarità con un nome e cognome di quelli che al sottoscritto mettono tuttora i brividi alla schiena: Gary Clail. Erano i primi '90 quando, spalleggiato da Adrian Sherwood e dal team On-U Sound al gran completo, incendiava i dancefloor più coscienti con un ibrido di dub, house, post-punk e testi personal/militanti con pesante accento british. Quei suoni, così come quelli del Dub Syndicate, fecero scuola per una generazione di musicisti che volevano fare il reggae senza fare il reggae da cartolina, e se Sanacore degli Almamegretta è il capolavoro che è, buona parte del merito è anche dei signori appena menzionati.
Ma che c'entra Ghetto Priest? Da anni membro della famiglia On-U - prima come percussionista degli African Head Charge, poi come vocalist nelle esibizioni live e nel disco solista di Sherwood stesso - e ultimamente anche ospite apprezzato di Groove Armada, James Hardway, Sinead O'Connor e Asian Dub Foundation (sua è la voce melodica alla fine di Fortress Europe, che riascoltato ora resta un gran bel pezzo...), Ghetto Priest c'entra perché le vibrazioni sono le stesse che Gary Clail suscitava anni fa, solo più esplicitamente reggae. È un reggae/dub moderno, diviso tra penetranti tempi roots e sfuriate dj/ragga, con liriche realistiche e dure che mettono alla prova la filosofia rasta sul duro terreno della vita giornaliera di chi conta poco, nel ghetto come nel mondo.
Per sostenere il Priest si mobilita il dream-team della On-U: il re Carlton "Bubblers" Ogilvie, innanzitutto, alle prese con batteria, basso e piano. Ma anche Skip "Little Axe" McDonald alla chitarra, Sly & Robbie, Style Scott, Keith Leblanc e ovviamente Adrian Sherwood a produrre, in due casi addirittura in tem con Mark Stewart. A spalleggiare il Priest, il dj style profondo di Simon Bogle e il rap irlandese di Ri-Ra, oltre allo stesso "Bubblers", all'altro dj Omar Perry, a Denise Sherwood e al campione Junior Delgado. Dungeon apre in chiave roots, con la voce delicata del Priest che si intreccia a campioni tonanti del sommo Prince Far I. L'ipnotica Master Of Deception picchia subito giù duro con impennate non lontane dagli ADF, seguita da una Dry Bone con chitarra slide e Simon Bogle in primo piano. Poi il trittico che rende al meglio la cifra stilistica del disco, e stende: l'incalzante Strange Cargo - la più Gary Clail di tutte - e le visioni dub militanti di Earthquake In The Heart Of Rome e System Of The Lost Cause Man. Ri-Ra entra in gioco sui tempi lenti di Minds, ma diventa devastante subito dopo in Show Them e Boom Fire. Il seguito è dub, con Visionary e Come Now. Il finale di nuovo dj/roots militante con Rise Up, con un whistle irlandese a introdurre e sottolineare un Ri-Ra sempre più incazzato. Poi si ricomincia da capo. Massiccio.
     
Il suo miscuglio di reggae roots e dub non mi ha lasciato affatto
indifferente, credo ci sia da aspettarsi molto ....anche in futuro.
V.
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