Gentlemen

Gli svizzeri: le barzellette e gli stereotipi su di loro si sprecano, cioccolata, montagne e soldi riciclati sono ampiamente usati quando se ne parla (ricordate le gag sulla tv svizzera di Mai Dire Gol?). Eppure, come sempre succede, ci si deve ricredere e anche parecchio: la Gentlemen (www.gentlemen.ch), etichetta di Losanna, ha parecchie cose da dire, almeno a giudicare dal materiale che recensiamo qui di seguito: indiemorock della migliore fattura con uno spiccato piglio cantautorale, hardcore vivace e accattivante...
Il catalogo dell'etichetta non è ancora lunghissimo, ma se continuano di questo passo avranno un futuro assicurato. Una nota per le splendide copertine, realizzate con stile e cura.

A Season Drive - Falling (Gentlemen, 2001)
Frank Matter (spero si scriva così, i caratteri dello splendido layout sono molto belli, ma per i troppi ringraziamenti sul retro le scritte sono minuscole...) è il titolare di A Season Drive, dove suona tutti gli strumenti, facendosi aiutare occasionalmente negli accompagnamenti. Il Pedro The Lion di Winners Never Quit è il principale referente, immaginatelo qui in versione indie-emo più elettrica; ed il bello è che oltre alla somiglianza di tutto rispetto, la qualità delle canzoni non è per nulla trascurabile: il songwriting è personale ed intrigante. Le folate di chitarra elettrica distorta fanno letteralmente impazzire nei pezzi movimentati (Radiostar, A Sunday), e invece spuntano meravigliosi violini romantici nei lenti strappalacrime come nell'iniziale Drive o addirittura l'e-bow di The Winter Song.
Definitivo traino del disco è il pezzo Turn Off The Light, con un crescendo travolgente, che si esaurisce nel pezzo seguente, In July, romantico brano strumentale per chitarra e violini.
Il classico disco che può cambiare una giornata storta, e non è poco...

Toboggan - Picket Fences (Gentlemen, 2001)
Houston Swing Engine - Greatest Hits (Gentlemen, 2002)
Toboggan suonano con intensità le dieci canzoni di questo loro disco, muovendosi su coordinate slowcore al limite del postrock strumentale, interrotto saltuariamente dalla candida voce della cantante, efficace nel rendere la profonda malinconia dei pezzi. A tratti il tasso di rumorosità dei pezzi sale, ma è contratto, mai libero di sfogarsi fino in fondo: la magia del migliore slowcore di scuola Codeine trova ancora una volta degni eredi, capaci di evolvere il suono verso coordinate sia post che cantautorali, ottimamente amalgamate all'interno dei pezzi. La stupenda iniziale Halogen, strumentale angosciato, e la seguente Plume, una Shannon Wright del post, rendono bene l'idea di un disco veramente efficace. E brani come Vegas e Zanskar non fanno mai scemare l'interesse durante i tre quarti d'ora scarsi del disco, decisamente azzeccato, con una grafica accattivante fatta di panorami e particolari agresti.
I cinque brani di Houston Swing Engine non sono per niente una raccolta dei loro pezzi migliori, dato che un sottotitolo reca la scritta "a collection of fine unreleased tracks by hse"; oltre allo scherzetto e alle foto mosse del booklet dalla grafica interessante, gli svizzeri hanno però qualche altro aspetto interessante, dato che suonano un genere già codificato (... trovatemi qualcosa di 100% originale se siete capaci...) ma suonato con la carica e l'irriverenza che merita (alla batteria sotto il nome di Kid De Montparnasse c'è A Season Drive): rocking hardcore alcuni lo chiamano. A parte i bizzarri nomignoli dati ai sottogeneri, i venti minuti scarsi di questo mini vedono impegnati i quattro stilizzati in copertina a suonare rock 'n roll a mille all'ora in un'ottica hardcore screaming decisamente notevole. Divertenti e sparati come si confà alla musica che hanno deciso di suonare, e la media distanza argutamente non lascia spazio per la noia...

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Honey For Petzi - Heal All Monsters (Gentlemen, 2001)
Produce Steve Albini questo disco degli svizzeri Honey For Petzi, che fortunatamente mi fanno ritrovare fiducia nel produttore di Chicago, dopo che mi lasciò profondamente deluso per aver messo le mani su quell’obbrobrio che è il disco dei nostrani Kash. Questo Heal All Monsters è un disco di ottimo livello, forse non eccessivamente originale, ma spesso ci sono delle buone idee, e i suoni sono veramente sopra le righe. Un po’ math rock, tanto ma tanto Slint, ogni tanto fanno la loro comparsa batterie elettroniche e blips, un po’ sulla scia dell’ultimo Hood (che però è uscito dopo). Snakes & Scorpions è decisamente un pezzo che crea un’atmosfera degna dei migliori gruppi d’oltreoceano, mentre la successiva Morgan’s Thrill prende a piene mani dal sound di Louisville, così come Post-Teenage State, ottima, con tanto di cantato (e mi vengono in mente pure i Deep End). Le chitarre e la batteria mi fanno veramente impazzire. La cosa migliore del disco rimane comunque la relativamente breve durata dei brani, per un genere che solitamente porta avanti le tracce per dei secoli: qui si superano raramente i quattro/cinque minuti. Un raffinatissimo digipack racchiude il tutto. E non fate caso all’orribile disegno di qualcosa che ricorda delle cellule cerebrali all’interno della confezione: probabilmente è stato messo lì apposta per essere oscenamente kitch.

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