Giardini Di Mirò - Genova, 12/05/01

Appuntamento davvero interessante con una delle principali novità del panorama italico: preceduti dal breve set dei genovesi Cary Quant, gli emiliani Giardini Di Mirò presentano il loro ultimo lavoro Rise And Fall Of Academic Drifting.
Il palchetto del Fitzcarraldo è quello che è, ed i sei ragazzi fanno fatica a starci, ma l'atmosfera è ottima, l'attesa grande e tutti i presenti stanno vicini ai musicisti...un bel quadretto, insomma. Tre dei sei sono quasi nascosti dietro le casse, gli altri in fronte han conquistato un pezzettino del palco ed il chitarrista sulla destra si appoggia spesso al soffitto con una mano, come per spingerlo via; sembra oppresso, schiacciato, ingabbiato, e si dondola cercando nervosamente un suo spazio.
Il concerto è ottimo. La band suona con trasporto e lucidità pezzi strumentali che sanno conquistare per la dolcezza dei momenti malinconici alla Codeine cosi' come per i passaggi più violenti e rumorosi. Inutile impedire alla mente di scivolare presto verso un nome... Mogwai. E c'è quell'intensità che sale a più riprese, che fa sentire vivi.
Sul finire il suono si placa lentamente, le luci si spengono, tre ombre restano in piedi sul palco buio. Silenzio. La tensione è palpabile, tutti in piedi immobili ad attendere qualcosa, qualcosa che già prevediamo e anzi speriamo... Ed infatti ecco, forse dopo un minuto (eterno), preceduta da un grido improvviso di comando ed insieme di liberazione da parte del chitarrista, l'esplosione più forte degli strumenti, il delirio, lo sfogo devastante, il caos. I corpi dei nostri si muovono frenetici, ondeggiano barcollanti, si spingono contro gli amplificatori, si contorcono nel rumore, mentre noi, che abbiamo smesso di ascoltare, guardiamo. Stiamo assistendo ad una rappresentazione che lascia inerti: il loro sfogo, il nostro sguardo assetato delle altrui emozioni. Pornografia musicale. Alla fine le chitarre urlano per le loro ferite e giacciono abbandonate sul palco mentre i membri della band se ne vanno uno alla volta. Noi siamo sempre lì, fermi, ad aspettare. L'ultimo sibilo, sempre più forte, dopo un poco viene fermato. Solo ora si può alzare il nostro applauso. Un altro rito è stato consumato.

aggiungi il tuo parere