AA.VV. - Flashing Echo, Trojan In Dub (Trojan/Goodfellas, 2002)
Ja-Man All Stars - In The Dub Zone (Blood And Fire/Goodfellas, 2003)

Del dub, negli ultimi anni, molto si è parlato anche in ambiti tradizionalmente refrattari alla musica nera in generale (almeno fino a quando qualche nuova corrente di musica bianca non la rende cool) e al reggae in particolare. Sto parlando anche di voi, lettori di Sodapop e indierockers vari. Non è rara, in certi circoli, la distinzione puntigliosa tra dub e reggae. Il dub è basso e batteria, effetti affascinanti, musica spessa e ormai sdoganata e figa, il reggae è chitarra e tastiere che fanno ciac-ciac, i fricchettoni che si sfondano di cannoni, musica monotona e leggera.
Una distinzione patetica e profondamente inesatta: dub e reggae sono inscindibili, non c’è il primo senza il secondo, sono la stessa cosa. Dire di amare il dub ma non il reggae è una contraddizione in termini, un falso logico e sentimentale prima ancora che storico. È troppo comodo. Non può piacerti uno e non l'altro. Il reggae non lo fa la pennata di chitarra, lo fanno il basso e la batteria. E il dub è l’intervento del mixer su un ritmo reggae.
Flashing Echo racconta nell’arco di due CD e quarantuno pezzi lo sviluppo del dub, da bizzarria a stile fondamentale, dai tardi sessanta a una decina abbondante di anni dopo quando il dub passò di moda in favore di un reggae più edonistico e attento alla danza. Insomma, ci sono tutti, e la selezione è di quelle attente: dal pioniere Andy Capp ai più recenti Scientist e Prince Jammy, attraverso Lee Perry/Upsetters, King Tubby/Aggrovators, Augustus Pablo, Niney/Observers, Linval Thompson, Joe Gibbs & The Professionals. Belle anche la grafica e la realizzazione generale dell’opera: consigliato.
Se Flashing Echo ci permette uno sguardo a 360° sul dub, In The Dub Zone si concentra invece su una microscena ed una storia minore (nemmeno presente nella altrimenti omnicomprensiva “Rough Guide To Reggae”!!!), come da sanissima abitudine Blood & Fire: Dudley “Manzie” Swaby e le sue due etichette, Ja-Man e appunto Manzie. Ja-Man Dub (1977) e King’s Dub (1980) sono i due album interamente ristampati in un solo CD, con l’aggiunta di quattro brani tratti da singoli dell’epoca per un totale di ventitre tracce.
Sono i ritmi che il produttore fornì a cantanti e deejay della sua scuderia, registrati a Channel One con la crema dei musicisti dell’isola e poi dubbati in maniera superba dallo stesso Swaby e da coloro che gli fornirono i rudimenti del mixer: Crucial Bunny, Maxie, Ernest Hookim… Nomi meno noti ma altrettanto ispirati quando si tratta di smanettare con cursori e potenziometri. E non dimenticate che non c’erano computer, ma tutto era mixato ed effettato in diretta!
È roots music autentica della migliore specie, incalzante e potente, mossa da un fuoco e da una visione, e proprio per capirla meglio sono illuminanti le note interne scritte dallo stesso Swaby. Ci sono il contesto esplosivo in cui quella musica nasceva e aneddoti imperdibili, ma soprattutto ci sono parole che potrebbero spiegarvi perché questa è la migliore musica di sempre molto meglio di quelle usate dal sottoscritto: “The lyrics of lots of reggae songs are well known, the feeling of the music that complement the lyrics is sometimes taken for granted. It is hard for me to explain, but try this... there are many different songs titled “Chant Down Babylon”. I produced one with Junior Byles and Rupert Reid, others are by Bob, Yabby You, Burning Spear etc. and in every one of those songs you can actually feel the instruments chanting down Babylon, especially the drum and bass (…). The range of emotions reflected in reggae varies from sad, hopeful, defiance, vengeance, redemption, thanks and praise, comfort, and happiness. You name it - and reggae reveal and expose that emotion”.


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