Fennesz - Bologna, 09/02/02

Cosa vede Christian Fennesz nel suo powerbook? Non lo sappiamo, ma dev'essere meraviglioso. Abbastanza per non staccarne gli occhi - gelidi, sbarrati - per quasi un'ora. Abbastanza perché la sua traduzione in musica sia il caleidoscopio in cui ha felicemente congelato il pubblico del Link. Il live set di Fennesz è (i critici blasonati mi perdoneranno) quanto di più concettualmente pinkfloydiano abbia mai visto negli ultimi anni: cinquanta minuti di suoni senza soluzione di continuità, una sequenza di sussulti lisergici e asperità cromatiche. Non è facile navigare fin da subito nella galassia-Fennesz (complici i problemi tecnici): il tedesco decide di assaltarci con cinque-sei minuti di rumore elettronico pressochè totale, nella quale alcuni accenni di blips e ritmi naufragano irrimediabilmente. Col senno di poi capiamo che è una disturbante ma necessaria purificazione (beninteso: tutto il concerto è suonato con pieno fragore, ad alto volume, sul ciglio della distorsione, con più energia che violenza). Lentamente dal rumore emergono i suoni, eternamente cangianti, ritmi che si innalzano, si fermano e ripartono trasfigurati, rapidi binari elettronici su cui scorrono visioni più o meno scabre, ombre colorate filtrate dal microprocessore. Non ci accorgiamo nemmeno quando abbiamo smesso di vedere il concerto e abbiamo iniziato a viverlo: sta di fatto che verso metà set il Link era imbambolato e dondolante davanti al powerbook che Christian Fennesz sembrava pilotare attraverso una sequenza di paesaggi completamente astratti. Paesaggi non sempre perfetti, non sempre entusiasmanti, talvolta ripetitivi: ma più volte le aspre rotaie di ritmi e glitches distorti sfumano, una luce si alza, dal powerbook di Fennesz si spalancano maestose aurore, armonie celesti, cieli limpidissimi e senza tempo che abbagliano: in quel momento l'estate senza fine è qui, è arrivata, e noi vi viviamo in mezzo.

Massimo


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