La Stanza Del Figlio VS Sotto La Sabbia

Durante quest’anno sono usciti due film da una parte molto simili ma, per certi versi distanti tra loro: La Stanza Del Figlio (Nanni Moretti, 2001) e Sotto La Sabbia ( Francois Ozon, 2000). Entrambi i film trattano la dolorosissima perdita da parte dei protagonisti di una persona amata. Per Moretti la perdita di un figlio, mentre per Ozon la perdita di un marito.
Tutti e due i film iniziano con una struttura che richiama, anche se solo formalmente, un noir (il furto della conchiglia ne La Stanza Del Figlio, e la –apparentemente misteriosa- scomparsa del marito per Sotto La Sabbia; eventi accuratamente non filmati) per poi concentrarsi su due modi opposti di espiazione, di rielaborazione del dolore.
Giovanni (Moretti),e con lui la sua famiglia, non dubita mai della morte del figlio anche se non ne accetta la crudeltà e l’insostenibile dolore.
Ne La stanza del figlio è evidente la volontà del protagonista di modificare il tempo, di poter cambiare il corso degli eventi ( vedi la terribile scena dell’ascolto di Micheal Nyman, descritta come frammento horror da Giona A. Nazzaro), cioè di compiere un gesto impossibile, di fantasia, da contrappore all’inesorabilità della vita (della morte). La scena in cui Giovanni chiede, nella sua fantasia, a suo figlio di continuare a correre con lui, per evitargli la morte, giunge infatti come una disperata rielaborazione di un tempo ormai irrimediabilmente passato, una speranza coscientemente vana; forse è più facile ripensare l’accaduto e modificarlo che doversi piegare alla verità. Non è una reale speranza quella che troviamo nei pensieri-immagini di Moretti, ma solo una ricerca di un modo, comunque coscientemente impossibile, di cambiare il corso degli eventi.
Nel film di Ozon invece la morte del marito non è accettata dalla sua protagonista Marie (una splendida e bravissima Charlotte Rampling).
Dopo la prima parte del film, dove (non)assistiamo alla scomparsa del marito, grazie ad una intelligente ellissi ci spostiamo in un futuro cronologicamente indefinito, in cui, per un momento, non sappiamo cosa credere. Jean è morto o è solamente scomparso? Si è suicidato o è tornato a casa da sua moglie?
Al contrario di Moretti, Ozon sceglie di non essere esplicito, quasi fino all’ultimo, su ciò che realmente è accaduto al marito di Marie, e dissemina indizi (le pillole anti depressive, l’orologio) che permettono a Marie di aggrapparsi ad una, seppur finta, possibilità.
Ne è indice lo smarrimento provato dallo spettatore quando Marie rincasando ritrova suo marito, come se in quella ellissi di cui sopra si fosse risolto il “giallo” della sua scomparsa. Capiamo successivamente che Jean è realmente morto (o comunque scomparso), e che quello che Marie vede è solo frutto della sua mente, una immagine per lei reale, creata dalla sua impossibilità di accettare la morte del suo compagno.
L’instabilità psicologica di Marie stà nel fatto, in realtà, di “avere capito” ma, di fare testardamente finta di non capire: in alcune sequenze del film, la protagonista sembra essere consapevole della morte del marito, (vedi la scena del fast food, quella con l’avvocato e quella del tentato acquisto dell’ appartamento) ma poi cede continuamente alla tentazione di non soffrire più, di non sentirsi più sola; ma, al contrario di Moretti, non c’è un tentativo di cambiare la realtà, quanto una volontà di dimenticare, eliminare ciò che è accaduto (quando Marie incontra per caso il bagnino che l’aveva aiutata a cercare suo marito, nega addirittura di essere stata al mare); Marie “vede” suo marito, ci parla, ci dorme, ci fa colazione, come se fosse ancora presente.
Curiosamente due film che trattano uno stesso tema in modo diverso, hanno elementi molto simili: per esempio, tutte e due le morti avvengono in mare (tutto Sotto la sabbia sembra essere intinsecamente legato all’acqua: dalla sequenza dei titoli di testa, alla scomparsa di Jean in mare, alla piscina- placenta in cui Marie sembra immergersi per autodifesa) e entrambe le scene conclusive si svolgono su una spiaggia.
Altrettanto curioso mi sembra l’utilizzo dell’appartamento da parte dei due registi: in tutti e due i film abbiamo due stanze, due luoghi inviolabili, estensioni dei corpi delle persone scomparse. Anche qui è evidente la differenza tra Moretti e Ozon: la stanza di Andrea è un luogo dove la sua famiglia ha difficolta ad entrare per paura di essere investiti da una tristezza troppo grande, ma che servirà poi alla sua famiglia per tentare di riunirsi. La stanza di Jean rimane, dopo la sua morte, una stanza chiusa; è una porta chiusa dietro la quale Marie immagina ancora suo marito al lavoro (quando in quella stanza suona il telefono, Marie urla a Jean di rispondere). L’appartamento è il solo luogo dove Marie può vedere e parlare ancora con suo marito, è un luogo ricolmo di ricordi, di piccole intimità. Diventa luogo della mente in cui annullare quello che è stato e continuare a vivere. Forse per questo l’appartamento di Ozon, a differenza di quello di Moretti, è un oscuro labirinto, un luogo pervaso dal’oscurità, dall’assenza di luce.
Un'altra similitudine la si può ritrovare nella scelta dei protagonisti di fare un regalo alla persona scomparsa (un CD per Andrea e una cravatta per Jean), ma vale ancora una volta il discorso precedente: per Moretti è un gesto liberatorio e commemorativo verso un amore perduto, mentre nel film di Ozon vediamo addirittura il momnento in cui Marie porge la cravatta a Jean, come se quest’ultimo fosse ancora realmente in vita.
Per quanto riguarda le scene conclusive, di simile hanno comunque solo l’ambientazione: se Moretti sulla spiaggia sembra ritrovare, insieme alla sua famiglia, un ritorno alla normalità, per Marie invece è l’esatto contrario; su quella spiaggia, dove vide per l’ultima volta suo marito, per la prima volta in tutto il film, prima piange, come se avvesse finalmente accettato la morte del marito ma, successivamente la vediamo correre speranzosa verso una figura in profondità di campo.

Un ultimo, faticosissimo tentativo di ingannare la verità.

Casanova Wong

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Shrek

Dreamworks batte Pixar. Nella sfida diretta tra I due colossi del cinema d’animazione (la Pixar è parte della Disney) per adesso, almeno a livello tecnico, la casa di produzione capeggiata da Steven Spielberg sembra avere la meglio. Shrek porta infatti a livelli altissimi la tecnica della computer grafica in 3-D; per le espressioni facciali e la fluidità dei movimenti dei protagonisti, per la nitidezza e profondità degli sfondi, per gli azzardati (e virtuali) movimenti di macchina, questo film supera il già notevolissimo Toy story 2 (Ash Brannon e John Lassater, USA 1999), l’ultimo lungometraggio firmato Pixar.
I tecnici della Dreamworks si sono cimentati con moltissimi personaggi umani (difficilissimi da rendere con computer grafica), mettendone addirittura due, la principessa Fiona e Lord Farquaad, in posizioni di rilievo. Il vero gioiello tecnico del film è comunque Ciuchino, un asinello; la sfida più difficile per i tecnici della computer-animation sta infatti nel creare personaggi “pelosi”: l’asinello è reso in modo mirabile, in tutte le posizioni e in tutte le espressioni possibili ed immaginabili.
Grazie forse a quest’altissimo livello tecnico, il film è stato in concorso all’ultimo festival di Cannes ed ha avuto molta pubblicità (si è parlato addirittura, dato il periodo, di un parallelo tra Lord Farquaad e Silvio Berlusconi...).
Il film è uscito in America vantando nel cast artistico le voci di grandi attori, mentre in Italia i personaggi parlano grazie a dei comuni doppiatori. Questo è un peccato, perché ci toglie il piacere di misurare in un modo magari differente le capacità di alcuni nostri bravi attori (non è che me ne vengano in mente tantissimi…).
Al di là della qualità artistica, il film è divertentissimo; basandosi su un impianto strutturale da favola classica, Shrek si diverte a storpiarne i cliché, (la prima sequenza non lascia dubbi in merito) creando così l’effetto comico; Al posto del cavaliere senza macchia e del suo fido destriero abbiamo quindi un orco verde, brutto e puzzolente e, un poco aggraziato asino, un cattivo che invece di essere magnetico ed affascinante è affetto da nanismo e ha probabili problemi di virilità, una principessa tutt’altro che innocente ed esperta di Kung-fu, e via di questo passo. Per queste scelte, si è parlato, con un po’ di soddisfazione, di primo film d’animazione politically uncorrect, sottolineando comunque il suo essere leggibile a più livelli, sia da un pubblico adulto, sia dall’audience classica delineata da questo tipo di film, cioè i bambini.
L’azione nasce dalla volontà di Lord Farquaad di scacciare dal suo regno tutti i personaggi delle favole, per metterli in un parco di divertimento modello Disneyland. Grazie a questo espediente lo sceneggiatore Ted Elliot, basandosi sul libro omonimo di William Steig, ha costellato il film di continue citazioni dalle favole del passato, sempre viste però con occhio dissacratore; Vediamo quindi Geppetto vendere alle guardie di Lord Farquaad Pinocchio per pochi soldi, un improbabile Robin Hood seduttore di principesse e (irresistibile), uno specchio magico modello televisione.
Pur essendo come abbiamo visto intrinsecamente legato al mondo delle favole, Shrek come i già citati film della Pixar, per venire incontro alle esigenze di un pubblico giovane non più avvezzo a leggere libri, rimanda spesso ad un tipo di linguaggio televisivo e cinematografico; ( Importante, e al tempo stesso preoccupante, cambio di referente: dalla lettura della fiaba alla televisione.) Le citazioni si sprecano: da Matrix( basta citarlo,non se ne può più…) al Wrestling, passando per “Il gioco delle coppie”( la scena della scelta di Lord Farquaad della principessina, uno dei momenti più esilaranti del film) …
Nel finale la carica destabilizzante del film e la sua volontà di essere scorretto, viene un po’ meno almeno a livello narrativo. Se a livello strutturale per esempio si tenta di evitare l’inserto canzone , vero punto debole di molti film classici d’animazione, il film ci parla comunque di temi poi non tanto inusuali: l’accettazione del diverso, l’amore e l’amicizia. In fondo però, è quello che cerchiamo ogni volta che torniamo un po’ bambini e andiamo al cinema a vedere un “cartone animato”.
Resta un unico rimpianto: non si vede l’uomo focaccina…

Casanova Wong

decisamente un filmone... diversi livelli di lettura che denotano da
parte dei creatori una attenzione viscerale ad ogni particolare oltre a una
capacità di "attualizzare" il tema della fiaba che rende l'intero film quasi
un capolavoro...
Skof

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Il Segreto

Esordisce alla regia Virginie Wagon, già co-sceneggiatrice di due film di Erick Zonca La Vita Sognata Dagli Angeli (Erick Zonca, Francia 1998) e Le Petit Voleur (Erick Zonca, Francia 1999).
Ed esordisce decisamente male; del tocco delicato nel trattare vicende umane problematiche, dei precedenti film di Zonca (qui in veste di cosceneggiatore e curatore dei dialoghi), non c’è traccia.
Se tanto mi aveva affascinato La vita sognata…, tanto mi ha urtato ed infastidito questo film.
La storia verte attorno alla vita di Marie (una bellissima Anne Coesens) una venditrice a domicilio di enciclopedie sposata da dodici anni con Paul e con un figlio. La donna, stufa del suo eccessivamente tranquillo menagè famigliare, messa sottopressione da un marito con forti desideri di paternità, dopo averci pensato per un bel dieci minuti, decide di buttarsi tra le (enormi) braccia di Bill, un ballerino di colore americano, per ritrovare una ,ormai assopita, sessualità. Sessualità che esplode e che coinvolge anche il marito sempre desideroso però di avere un altro figlio. Il rapporto con Bill si fa (agli occhi della donna) sempre più intenso, fino ad incrinare quello con la madre ( che stà tra l’altro diventando cieca…) e quello con il marito che , sconvolto dal decisivo cambiamento nella personalità della moglie, e ucciso dal fuoco della gelosia, decide di lasciarla; sfortunatamente per lui, e soprattutto per noi, Paul decide, dopo la richiesta della moglie, di rimettersi con lei.
La storia non tratta, direi, uno tema molto nuovo e, quel che è peggio lo fa raccontandoci la storia vista attraverso gli occhi di una donna che sembra essere regredita ad una età adolescenziale, e probabilmente lobotomizzata dalla lettura di Top girl o Cioè: la donna infatti comincia a tradire il marito fondamentalmente per noia e perché, dopo essere sposata da dodici anni dodici e con un figlio, teme che ormai la vita sentimentale non possa più regalarle emozioni…In più sembra non accorgersi dell’evidente disinteresse da parte del suo imbarazzante amante Bill per il lato sentimentale del loro “rapporto” (da antologia surrealista il dialogo tra i due amanti: Marie “vorrei potermi dividere in due per poter rimanere sempre con te…” Bill: “ Mi basterebbe solo una tua parte…”). Questa, a mio avviso insensata, voglia di rinnovamento sessuale e amoroso porta Marie a compiere dei gesti completamente incomprensibili, come quasi lasciare morire suo figlio o tornare a casa dal marito completamente piena di lividi e succhiotti per poi provocarlo al litigio; in questa dicotomia è forse riconoscibile il tocco di Zonca per la trattazione dei personaggi: vedi le due protagoniste de La vita sognata… ma se il loro rapporto era ben evidenziato e trattato psicologicamente, qui non si riesce a capire il perché del radicale cambiamento della protagonista, che in alcuni casi rasenta la schizzofrenia. Insomma già il film non è interessantissimo in più, la regista piazza tantissime scene di sesso una più brutta dell’altra e soprattutto lunghe, decisamente troppo lunghe (una su tutte quella del rapporto orale o quella, comprensibile solo se riuscite ad immaginare le dimensioni del pene di Bill, dove Marie sviene…) La scena finale, con il bagno purificatore vestiti in piscina (quale stupenda metafora) poi è decisamente fastidiosa. Ma il meglio di tutto è la scena in cui Bill è nudo su una sdraio e si copre il pene con un gatto…
Un film decisamente brutto.

Casanova Wong

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