Se hai stile e buon gusto, è solo colpa tua! - Un ritratto (alla Dorian Gray) della él Records
Se questo fosse davvero quel ritratto, allora io sarei Basil e la él impersonerebbe Dorian, e del libro cambierebbe il finale: nessun dramma, nessun decesso. Una semplice scomparsa e, dopo qualche anno, un ritorno sotto mentite spoglie, giusto per ricordare a quel poco di mondo ancora interessato che si è ancora vivi e come si era (si è tuttora) belli.
Flashback: nella seconda metà degli anni ’80, nel pieno della magniloquenza e della seriosità che caratterizzava tanti artisti di allora, dall’Inghilterra saltava fuori quest’etichetta, nata per essere puro culto under-underground, presente e futuro: dischi dalle copertine immaginifiche o semplicemente folli, curatissima immagine degli artisti in bilico tra esasperato citazionismo e senso dell’assurdo dadaista, musica in acrobatico dondolarsi tra barocche citazioni filmiche e letterarie, dandysimo e decadenze, eccentricità e bizzarrie a piene mani.
Il tutto sotto l’ombrello dell’ironia di stampo britannico, quella che fa amare Monty Phyton e l’understatement, prodotto assolutamente locale senza possibilità d’esportazione.
Poteva piacere o ripugnare: di certo, i pochi che all’epoca se n’accorsero non ne rimasero indifferenti. Eppure non fu semplice eccentricità fine a se stessa, ed ecco perché siamo qui a tesserne oggi le lodi, a sottolinearne il suo essere in anticipo sui tempi. El riscoprì e diede dignità per prima a musiche fino ad allora considerate dai più semplicemente "accessorie" o d’evasione (exotica, easy listening, colonne sonore italiane degli anni ‘60, musiche incredibilmente strane); pochi anni più tardi, "sdoganate" dall’altrettanto seriosa critica, sarebbero state uno dei trend del decennio in arrivo (chiedere a Pizzicato Five, Combustible Edison, Pulp e via dicendo: senza l’etichetta di Mike Alway sono per lo meno inconcepibili).
Soprattutto, lo fece cogliendo in pieno lo spirito ludico e positivo dell’immaginario retrofuturista, fatto di visioni, suoni, parole, - in una parola un’attitudine verso la vita – tipiche di quell’era ottimistica in cui credevamo possibile che il mondo a venire sarebbe stato colorato e fresco come un’aranciata, magari consumata sul treno a monorotaia sospesa della linea Parigi-Tokyo.
Prima del buco dell’ozono. Prima della globalizzazione. Prima di capire che ci avevano fregati, e che quanto pensavamo a portata di mano poteva darsi solo nella nostra nostalgica immaginazione.
Fu il barocco (ri)portato a dignità, reso accettabile con la garbata ironia di chi sa che l’arte non è (probabilmente) cosa seria. Fu un concetto comune a tutti gli artisti che vi partecipavano, seguito in ogni aspetto con maniacale attenzione: nei suoni, nelle grafiche, nelle – parche - dichiarazioni programmatiche. Fu l’eterna adolescenza dolcemente sfrontata, l’unicità aristocratica di qualcosa d’assolutamente inedito, soprattutto nello spirito che lo animava.
Fu post modernismo: nel ridere del disastro, nel citazionismo a tratti sardonico, nel caleidoscopico rutilare di suggestioni. Fu, soprattutto, troppo bello per durare a lungo.
BELLISSIMO! - Un excursus discografico in tre atti
Oggi Mike Alway mantiene ancora in vita él records, distribuita dalla Cherry Red, per cui fate riferimento al sito internet di quest’ultima per quanto è ancora reperibile senza sforzi. Buona fortuna per il restante (spesso le cose migliori: meglio in vinile per gustare la veste grafica, importante quanto la musica). Senza pretese di maniacale completezza, chi scrive passerà in rassegna gli artisti ritenuti più significativi dell’epoca aurea di él, pienamente consapevole che quanto è stato pubblicato non ha sempre la statura del capolavoro: avendo a che fare con l’eccentricità è umanamente possibile inciampare e cadere. E’altrettanto vero, però, che tutti gli artisti che incisero per l’etichetta seppero almeno incarnarne lo spirito programmatico come in pochi altri casi è accaduto (forse nemmeno con la Creation), questo nel bene (molto) e nel male (poco). Certo, per chi all’epoca non c’era potrebbe risultare difficile rendersi conto di cosa potevano significare la musica e il look di The King Of Luxembourg quando gli U2 erano il gruppo del momento, e questo senso di scoperta non è purtroppo restituibile.
Restano alcuni splendidi dischi, ai quali il tempo, sommo galantuomo, ha reso giustizia.
Dell’altro chiaretto, marchese?
SCALA REALE
The King Of Luxembourg: prendete Marc Bolan e fatelo arrangiare da un Bacharach molto, ma molto barocco nonché sbronzo. Otterrete il Re del Lussemburgo, alias Simon Fischer Turner, tra le altre cose autore di colonne sonore avant garde e pop star adolescenziale (come vertice della carriera, non casualmente, una cover di The Prettiest Star di Bowie...).
Due i dischi nel carniere dell’artista che meglio seppe incarnare lo spirito él. Il primo, Royal Bastard, composto esclusivamente da brani altrui, è contemporaneamente manifesto estetico della label e il Pinups del monarca lussemburghese. Album di fattura pregevolissima, arrangiato con boa di struzzo e lustrini, tartine e Martini, ha i suoi vertici nelle él-izzazioni di Popotones dei P.I.L. (solo voce e piano!), di Liar Liar dei Castaways, di Mad a firma Harpers Bizzarre. Più coerenti, ed esaustive nel mostrare alcune radici del canone stilistico dell’etichetta, risultano nel contesto una Something For Sophia Loren griffata Henry Mancini, le briosissime Happy Together dei Turtles e A Picture Of Dorian Gray (TV Personalities), una Valleri dei Monkees ancor più estiva dell’originale (esilarante la citazione morriconiana...).
L’apice di questo caleidoscopio fatto di arrangiamenti vertiginosi, grazia compositiva e (auto)ironia è raggiunto nel successivo Sir (1987), che ritrae Turner in copertina vestito con un’armatura a rendere esplicito il contenuto sonoro. Tra chitarre e ritmica alla T-Rex su sezioni di fiati da giostra medievale, organi popedelici, cambi di tempo e atmosfera repentini come cambi di costume d’un (regale) ballo in maschera, ecco il capolavoro personale di The King Of Luxembourg e uno dei primi articoli del catalogo da inserire negli scaffali. Una cover - irriconoscibile, va da sé - di Capt. Beefheart (Her Eyes Are A Blue Million Miles), il centrifugato di stili e star-spotting di Personality Parade, la celebrazione falsamente vanagloriosa di Battle For Beauty (il cui coro femminile che incalza He’s A Vain Boy spiega lo spirito él meglio di mille parole...), il vaudeville di The Virgin On The Rocks sono i titoli che restano più impressi nella mente.
Louis Philippe: dal Re del Lussemburgo a quello di Normandia. Da lì proviene infatti Louis Auclair, al secolo Louis Philippe, autore e interprete di classe sopraffina in grado di coniugare nei suoi tre dischi per él la tradizione cantautorale francese, il gusto per gli arrangiamenti giocosi del Brian Wilson circa Pet Sounds, la Motown e Bacharach, il jazz e il musical.
Inaugurata dall’ottimo Appointment With Venus datato 1986, la sua carriera è poi proseguita con un corposo catalogo di ragguardevole levatura anche al di fuori dell’etichetta del sig. Alway. Classicheggiante e sublime, il disco è perfetta introduzione ai due che seguono: Ivory Tower (1988) è capolavoro assoluto, che offre le sapienti orchestrazioni di Night Talk, Chocolate Soldiers, la wilsoniana Guess I’m Dumb (da ascoltare se possibile davanti al camino sorseggiando cognac...), la lieve Anna; il coloratissimo Yuri Gagarin è invece "solo" un ottimo disco, che vede il nostro tramutarsi in un Marc Almond mondato da eccessi e retorica.
Che fosse anche uno degli ultimi dischi della label a vedere la luce appare in retrospettiva significativo.
Would-Be-Goods: la logica prevede che dopo due Re figurino due regine, e infatti Mr. Alway procurò alle sorelle Jessica e Miranda Griffin una backing band: niente meno che i Monochrome Set al completo. Seduzione pop allo stato puro l’album approntato: The Camera Loves Me vedeva la luce nel 1988 (col 1987 annus mirabilis di él) e resterà l’unico (preceduto da un singolo) per l’etichetta, lanciandole culto assoluto in Giappone. Là spargeranno semi che saranno in molti a raccogliere, e il Sol Levante ricambierà facendo uscire nel 1993 il secondo disco del duo, Mondo, gradevolissimo e consigliato concept album sui viaggi. Tanto clamore è giustificato: a mezza via tra Motown e Postcard (risultando infine una versione femminile di Aztec Camera alle prese col songbook delle Shirelles...), The Camera Loves Me è fedele e ideale compagno di soleggiati pomeriggi primaverili. Dopo averlo mandato a memoria, dite se etichette come Marina e Apricot non pescano esattamente da qui (per non parlare dei titoli, su cui si potrebbe pontificare a lungo: Il Taccuino Di Cecil Beaton, Io E Velazquez, Amaretto...).
Anthony Adverse: dalle Regine alla Principessa. Julia Gilbert (sì, esatto, una ragazza...), vocalist estremamente dotata, si presta a questo progetto dal gusto filmico, raffinato ed elitario.
A suo nome due dischi, il secondo dei quali (Spin del 1989) rientra perfettamente nella categoria della "cool generation" (vedasi Carmel o Blue Rondo), vale a dire gradevole ancorché un poco slavato, sebbene nel caso della Adverse l’ironia lo mantenga una buona spanna al di sopra.
Da avere invece senza esitare il debutto Red Shoes dell’anno precedente: strutturato come un film (all’epoca solo Barry Adamson e Bill Nelson facevano cose di questo tipo: di lì a un lustro le "colonne sonore immaginarie" sarebbero state la norma...), è opera elegante e delicata, atmosferica e cinematica senza soccombere alla vacuità. Scrive e arrangia i brani Louis Philippe, e ciò dovrebbe essere garanzia bastante.
TRIS D’ASSI
Always: pseudonimo di Kevin Wright, autore per él di un solo album, l’ottimo Thames Valley Leather Club, e due 12" (Ariel Atlas e Metroland, che l’edizione in CD attualmente disponibile accorpa all’album) di afflato Felt, affiancato a vibrazioni postcardiane e piglio vocale degno di un Tom Verlaine ventenne. Always è artista paradigmatico per él nell’anticipare le atmosfere di Cardigans, Air, St.Etienne con il suo guitar-pop estatico e cristallino. Kevin Wright è ancora attivo con la medesima formula e ragione sociale, con alterne fortune.
Marden Hill: ovvero un sogno diventato realtà. In Cadaquez, loro unico lascito él insieme a tre singoli, riportarono alla luce le suggestioni evocate da Trovajoli, Piccioni e Morricone negli anni ’60 e ’70 in innumerevoli colonne sonore. Fughe di tastiere e flauti, perfetti cori in stile Sha-Ba-Da-Ba-Da, (acid) jazz e lounge. Facile a dirsi ora, ma completamente fuori dal tempo alla pubblicazione: troppo in anticipo, il gruppo ricavò poca gloria ma culto assoluto. Ascoltarli farà tornare molti indietro nel tempo, quando - bambini dai pantaloni scampanati - guardavamo rapiti lo spot della Ondaflex alla televisione. Bi-bidibodi-bù...
Momus: artista peculiare, lo scozzese Nicholas Currie è partito da una personale rivisitazione in chiave classica/umanistica - arricchita da una propensione a pruderiés sessuali - della tradizione cantautorale acustica (di un Leonard Cohen, per intenderci). Nel passaggio da él a Creation è poi approdato a un adattamento elettronico da cameretta delle medesime suggestioni molto in anticipo sui tempi (regalando almeno un altro paio di capolavori). Nel corso dei ’90 farà poi intermittente ritorno alla corte di Mike Alway (per la label satellite Richmond) con alcuni lavori non molto riusciti. Gli unici lasciti di nostra pertinenza sono però meravigliosi: i due 12" The Beast With Three Backs e Nicky (con covers di Jacques Brel) e l’album Circus Maximus, memorabile fin dalla copertina con Nicholas ritratto nei panni di San Sebastiano, gemma rulicente di grandi canzoni dall’atmosfera acustica, pervase da un sentire languido e torbido, decadente e letterario negli splendidi testi.
IL MAZZO
Per quanto riguarda gli altri lavori marchiati él (in tutto 19 LP e 45 tra singoli e 12"), potete tranquillamente lasciare dove sono i due lavori di Monochrome Set (altre le loro cose migliori) e di Shock Headed Peters (Not Born Beautiful fu il primo LP dell’etichetta: folk apocalittico del tutto fuori posto), dei quali è però bene puntare il singolo I, Bloodbrother Be e il 12" Imp Of The Perverse, vero concentrato di bizzarrie assortite (con una Fire di Arthur Brown follemente kitsch, ed è tutto dire!). Se siete fan dei Felt, procuratevi pure il loro Me And A Monkey On The Moon, l’ultimo disco della él a vedere la luce (correva l'autunno 1989), discreto ma certo non l’opera più riuscita della band di Lawrence, oltretutto distante dal canone stilistico dell’etichetta.
Se invece siete fan del trash (e se state ancora leggendo rientrate di sicuro nella categoria...), allora le Bad Dream Fancy Dress (Choirboys Gas, 1988) faranno al caso vostro. Immaginate due coatte parrucchiere della provincia inglese che, uscite dal pub, buttano giù una serie di sguaiate cantilene punk nello spirito e sgangherate nell’esecuzione. A tratti un po’ di pop fa capolino tra gorgheggi approssimativi e arrangiamenti altrettanto.Talmente incapaci da far sganasciar dalle risate a ogni ascolto. Completamente fuori da ogni logica è invece l’unico album dei Perspicuo Acumine (o Cavaliers, A Perfect Action): una follia medievale/gotica, tenebrosa e ossessiva, da ascoltare leggendo Il Castello Di Otranto o Il Monaco, dei quali costituisce adeguato commento sonoro.
Per quelli che preferiscono iniziare l’approccio con calma, esistono ottime compilation: due tomi della serie Bellissimo e l’antologia Amen, che raccolgono gran parte dei singoli di Florentines, Gol Gappas, Mayfair Charm School, Cagliostra (ehm...) e James Dean Driving Experience (che Dio, se esiste, li perdoni...), nonché di personaggi più noti come Vic Godard e Bid dei Monochrome Set che pubblicarono per él estemporaneamente. Non per soli completisti, poiché molte delle cose migliori della label videro la luce sul breve formato, esse rappresentano il modo ideale per accostarsi al variopinto e fantastico mondo dell’etichetta di Mike Alway (e permettono di non svenarsi per reperire i dischi originali).
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