Ee - For 100 We Try Harder (Asian Man, 2002)

Se non ne avessi saputo nulla avrei pensato che si trattasse del nuovo album dei Seam; e non avrei sbagliato di molto, per la verità, dal momento che Sooyoung Park c'entra eccome con questo disco. Riepiloghiamo, dunque, le puntate precedenti: gli ee, all-asian band di San Francisco fondata dall'ex-Korea Girl Tobin Mori, esistono dal 1999 ed hanno all'attivo un solo album (Ramadan, Currycore Records, 2001), dopo il quale stravolgimenti nella line-up hanno portato all'ingresso nella formazione del leader dei disciolti Seam, appunto, in qualità di chitarrista solista e tastierista. Non dev'essere dunque un caso se il lavoro ricorda non poco la band precedente di Mr. Park, periodo The Pace Is Glacial in particolare: un guitar rock lento, delicato - oserei dire soffice -, meditativo, perennemente malinconico, con i soliti tratti più energici ma anche con lunghe sezioni od interi brani strumentali, che gli permettono di spingersi dal chitarrismo indie pop, quasi involontariamente, ai confini del post.
Il CDplayer segnala novantanove tracce per più di un'ora di musica... In verità ci sono nove lunghi brani, più tre ghost-tracks. Dopo la vera e propria "partenza al rallentatore" di Slow Motion Restart, che in qualche maniera sa di Mogwai, la bella Beijing aumenta il ritmo, con chitarre melodiose, voce sussurrata e tanta dolcezza, ed un'intenzione ("I want to go somewhere far") che conduce addirittura dalle parti degli Smashing Pumpkins (fra l'altro la voce di Tobin qui molto somiglia a quella di James Iha). Tra dolcezza e schitarrate, compare anche un violino nei sette mutevoli minuti di Thomas Sleeps Beneath An El Paso Tree ("don't wait until you're free/'cause when will that be?"). Il fantasma dei Seam, uguali uguali, compare senza timori in Yellow Taraval, pezzo malinconico-soporifero, con batteria - per contrasto - vivace e rullante; mentre in pezzi quali San Jose si ricercano strade e atmosfere diverse: l'impressione - perdonate la fantasia - è di trovarsi casualmente sotto all'unico lampione acceso al centro di una città sconosciuta e totalmente buia. Il brano più convincente sembra essere però il singolo Tinyspot, che con la sua formula semplice (pochi accordi, voce tenerissima, ritmo ed intensità in aumento) 'prende' al primo ascolto. L'esercizio improvvisativo denominato March Of The Chogokin, della durata di quasi otto minuti, risulta invece a tratti troppo autoindulgente, e - nonostante l'innegabile fascino - finisce per stancare. Per fortuna in conclusione giunge Subrosa, strumentale elettrico in crescendo, a regalare momenti emozionanti. Quanto alle tracce nascoste, lasciano il tempo che trovano: soltanto l'ultimo pezzo, benchè esasperatamente romantico e sdolcinato, risulta interessante.
Un disco, in sostanza, caldo e malinconico come una ninna nanna, che piacerà senz'altro a chi - come me - ha amato i gruppi sopra citati, ma che lascia inoltre intravedere orizzonti di maggiore ampiezza. Se sapete di averne il gusto e la pazienza (ad alcuni certe 'velocità' e certa ripetitività, quasi da trance, non piaceranno), ascolto dopo ascolto, lasciatevi incantare; di certo non vi sconvolgeranno la vita, ma potrete sempre fidarvi degli ee per farvi gentilmente cullare in qualche notte in cui vi sentite soli.

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