Amy Sen

Ahia. Che spesso negli ultimi decenni l'Italia abbia dimostrato di essere semplice periferia dell'impero americano è cosa nota. Derivazioni e poche deviazioni. Molto Ahia. Questi Amy Sen sono bravi, bisogna dirlo subito. Tranne qualche lievissima imprecisione e qualche suono di batteria non proprio a la page il resto è piuttosto ben registrato, ben fruibile, ascoltabile e intellegibile (non è sempre così...). Ma. Come al solito cerchiamo e troviamo un ma. Ma, appunto, finiscono relegati in un quadro ormai ben chiaro e interpretato di band che suonano americane. Inizialmente era un bene. Gran bene. Finalmente sembrava che i gruppi italiani avessero imparato i codici giusti per sfondare anche in America. Poi ci si è resi conto che troppi gruppi in effetti avevano capito questa cosa. E, soprattutto, che troppi gruppi stavano sfornando uscite che, seppur buone o ottime, si cristallizzavano su posizioni eccessivamente derivative. Ora questa scena incomincia ad essere pienotta di buoni gruppi come gli Amy Sen che però stenteranno a trovare spazio al suo interno rispetto a rivali già più inseriti quali One Dimensional Man, Keen Toy e Three Second Kiss. Le coordinate sono quelle degli Shellac di Albini. Chitarre urticanti e ripetizioni. Voci al limite. Ma per non finire nel calderone devono ora, per forza di cose, riuscire a trovare una loro strada meno battuta. Per ora siamo quasi a

Per informazioni e contatti: Nicola, tel 0442/548976.


The Fog In The Shell - Sorry
La Sofferenza

Sono un po' in difficoltà a scrivere di queste due bands: Mattia, batterista in ambedue i progetti, è morto lo scorso Giugno in un incidente in moto. Insieme al suo amico Marco condivideva la passione per la musica e queste due esperienze musicali. La prima, hardcore sofferente, cantato in italiano, scremo, metallico. Alla fine la resa è più che buona: con un po' di produzione sarebbe stato un buon 7" sopra la media dalle nostre parti. Il suono è grezzo ma preciso.
The Fog In The Shell invece è un'altra cosa: Marco, Federico e Mattia in versione low-fi. Registrazione casalinga, chitarre acustiche e spesso drum-machine, niente di originale, ma musicalmente "vero" e senza pretese. Tra Sebadoh e Palace Brothers. La pronuncia inglese dovrebbe migliorare.


Per informazioni e contatti: Paco.
Sito web: http://digilander.iol.it/fogintheshell.


Il Pozzo Di San Patrizio
Folkenublo - Dia Trion Pepereon

Il Pozzo di San Patrizio è una band che si occupa di folk contaminato, unendolo a testi e tematiche molto vicine alla canzone di protesta degli anni settanta; il genere è già ben tracciato, ma le buone qualità musicali dell'insieme e la doppia voce maschile e femminile rendono il disco piacevole: a questo punto è solo questione di gusti...
Il folk anche per Folkenublo, ma più nel nome che nei suoni, orientati invece verso un certo tipo di ballad anni '70: atmosfere soffuse, tastiere dolci effettate con gusto, voce calda e suadente. Le canzoni sono ben suonate e si lasciano ascoltare volentieri, proiettandovi in un immaginario dove, posato il pellicciotto sul divano, vi accarezzate le basettone al suono del vostro vinile preferito: il finale con la versione lounge di Heartbreak è il tocco azzeccato per alleggerire la malinconia.


Per informazioni e contatti: ilpozzodisanpatrizio@hotmail.com, Alessandro tel. 339/6017983.
Sito web: www.ilpozzodisanpatrizio.cjb.net.


Per informazioni e contatti: folkenublo@tiscalinet.it, tel. 348/5251890.
Sito web: folkenublo.mascanc.net.


Acid Rain - Sogni Incompresi

Sarà anche la registrazione che non è il massimo, ma i due brani che compongono questo demo dei siciliani Acid Rain non hanno molto da dire. L'ascolto si perde fra suoni grungeggianti e momenti in cui si cerca di ricordare i Nirvana senza grande successo, fra una voce che manca di incisività e alcuni veri e propri svarioni tecnici (vedi batteria).
Ripeto: forse una produzione migliore potrebbe migliorare un po' la situazione. Ma potrebbe agire poco sulla carenza di personalità che viene fuori tanto da Arnal quanto da Sogni Incompresi le quali, comunque, non mancano di una certa energia.

Per informazioni e contatti: Fabrizio, tel. 349/1507589.
Sito web: clik.to/acidrain.


Serif's - My Sleeping Odessa

Davvero niente male questo lavoro dei Serif's.
La confezione è un simpatico esempio di arte povera, che mette subito di buon umore, con il disco letteralmente incartato nella copertina, la quale ospita peraltro un bel dipinto di Steve Livraghi (vocalist dei Playground).
Parte Moth, e si nota subito l'influenza del bosniaco Erman Jakupi (alla chitarra) sui suoi amici lombardi. Le sonorità, infatti, manco a dirlo, evocano (senza plagiarle) le performances di Goran Bregovic e della sua Wedding And Funerals Orkestar, a noi rese note soprattutto dalle opere cinematografiche del grande Emir Kusturica. I Serif's, però, cantano spesso in inglese; inoltre, quando attacca Siren, possono venire in mente i Mudhoney. E c'è addirittura un po' di Les Claypool (!) nel canto stralunato di Masimo Audia, in particolare per quanto riguarda The Chilean Sky, Merchant e la vagamente arabeggiante Merry Go Round, tutte e tre entusiasmanti. Ma un gruppo come i Serif's non può farsi mancare un pizzico di Napoli, che aleggia nel ritmo ossessivo di Three Dreams.
Le atmosfere kusturiziane tornano nella malinconica chitarra di Emina, poi in una straziata canzone d'amore chiamata Azra, e, seppur in misura minore, in The Clairvoyant, mentre ci rimanda all'Islam l'attacco di Roots, e ci riporta verso lidi a noi più noti.
Nell'andirivieni fra suoni slavi, arabi e nostrani, non può non venire in mente la tragedia della Bosnia. Sarà anche una magra consolazione, ma, almeno qui, le varie anime convivono splendidamente.

Per informazioni e contatti: Massimo, tel. 0371/34391.


The Preachers - ¿Could You Play Some Dance Music?

Sicuramente non mancano l'ironia e la voglia di divertirsi a questo allegro trio di Torre del Greco. A quanto si legge la band è apprezzabile soprattutto nelle performances dal vivo, che Enrico Infuso (chitarra), Paolo Pinto (basso) e Gaetano Scognamiglio (batteria), iniziano indossando tonache da predicatori e terminano semi-nudi. Non mancano neanche le qualità tecniche, grazie alle quali The Preachers si muovono allegramente tra garage, surf, rock 'n roll, uno spruzzo di metal e due gocce di richiamo alle origini partenopee.
¿Could You Play Some Dance Music? è un cocktail che si fa apprezzare per la freschezza, un po' meno (volutamente?), per l'equilibrio fra gli ingredienti. Nonostante l'efficacia di alcune melodie (Pasqualin Marajà, Oooooooh), infatti, le sette tracce che compongono questo EP appaiono slegate tra di loro, come del resto dimostrano le influenze rivendicate dai tre predicatori, un'accozzaglia di gruppi e persone che spesso "nun c'azzeccano niente" gli uni con gli altri (fra i maestri citati appaiono Frank Zappa, i Pixies, lo Zecchino D'Oro, Cristina D'Avena e, ovviamente, Diego Armando Maradona). Può riassumere il tutto Supersonic Plug, in cui all'apertura in stile death metal segue un allegro ritornello in falsetto.
Una opera di puro intrattenimento per gli amanti del genere (dei generi, se preferite...).

Per informazioni e contatti: info@thepreachers.it, tel.0818828719.
Sito web: www.thepreachers.it.


Yakudoshi - Amygdala

Quattro brani intensi e curati compongono questo demo dei brianzoli Yakudoshi, che, fra l'altro, si presentano con ottime credenziali, avendo aperto nel 2001 qualche concerto degli Ulan Bator.
Le distorsioni alla chitarra di Into Your Mouth fanno pensare ai Marlene Kuntz più violenti; il gruppo cuneese aleggia anche nell'attacco della lunga e splendida strumentale Milò, che poi si perde viaggiando dolente tra gli Sugar di Beaster e il post-rock; un pizzico di Massimo Volume impreziosisce Voci, mentre fanno capolino i Sonic Youth in Hawaii, che chiude il tutto. Influenze di un certo livello, dunque, ma gli Yakudoshi riescono a navigarci in mezzo con una personalità che dà ottimi motivi per ascoltare Amygdala, vista anche la buona qualità della registrazione.

Per informazioni e contatti: Paola, tel. 339/7968355.
Sito web: www.yakudoshi.net.