Diana Darby - Naked Time (Delmore, 2000)

Onesto anche se non memorabile debut album per questa songwriter texana permeato da - leggo testualmente - "un ipnotizzante e malinconico viaggio attraverso la pena e la speranza dell'esistenza umana". Avrete già intuito che il genere che si presta meglio a tali temi è quello coltivato dai seminali Leonard Cohen, Nick Cave e Patti Smith. Guarda caso queste sono le principali influenze di Diana. I brani sono un concentrato di noir-folk con alcuni momenti di stanca; molto curati e introspettivi, invece, i testi. E così, tra una funerea e languida Junebug, una più ritmata Sarah e una virata sul country in Malcom's Song arrivano due pezzi degni di nota: l'incedere lento e maestoso di Sweet Conversation (Nick Cave docet) e l'inquietante Amelia dove Diana bisbiglia: "Oh, Amelia well you walk into the window and the voice that guide your conscience is a psychopathic liar and your father's taking valium and you hate your rich high school...". Brrrrrr.

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