Dälek - Absence (Ipecac, 2005)
Sintetizzando un po’ forzatamente, lo stato dell’hip-hop odierno può essere riassunto in tre categorie: quello da classifica, che si misura in milioni di copie e si rifà a tri(s)ti stereotipi; la frangia sperimentale orbitante intorno a etichette come Anticon e Def Jux e i loro satelliti, dal suono ibrido e progressivo nel senso pieno del termine, reso altro da sé nella forma quindi fedele allo spirito originale (il mainstream vuota carcassa che lo tradisce invece in pieno); in mezzo, alcuni cani sciolti che con ottimi esiti rimbalzano tra le due estremità o mediano qualità e successo (Outkast, Roots Manuva, MF Doom...).
Dälek (ensemble di variegata provenienza etnica, non certo a caso) appartiene alla seconda categoria, in forza dei tre lavori che hanno preceduto questo Absence, rigogliosi di una quantità di idee da lasciare sbigottiti, dimostrazioni di maturità crescente e talento fuori dal comune.
In essi, come in questo nuovo capitolo, ci si trova di fronte a una musica che trae linfa vitale dalla tradizione da cui proviene e al tempo stesso ne fonde altre diversissime tra loro: un laboratorio consapevole da cui esce musica di non facile assimilazione, a tratti persino intimidente, ma creativa come poche. Cerebrale, ma a calarcisi dentro anche fisica. Innovativa, per quanto si possa esserlo nel 2005: un suono compresso e saturo, visionario e pervaso da nebbie di drones psichedelici, oppure squassato da un groove industriale ossessivo, sempre ombrosamente urbano.
Tutti aggettivi spesi anche per un gruppo da Dälek teoricamente lontanissimo, i Faust.
Eppure evidentemente prossimo e su di loro influente (le due formazioni hanno espresso più volte reciproca ammirazione, per poi collaborare alla stesura dell’ottimo Derbe Respect, Alder: per il trio di Newark la cosa più vicina a un sogno fattosi realtà).
Absence fa pensare ai My Bloody Valentine a braccetto coi Public Enemy, su fondali di dub ambientale sporco come il suono di una malattia, o come il riverbero distorto di un panorama post atomico, sovrastato dalla poesia recitata di Will "Dälek" Brooks. Basi che stratificano orchestrazioni di (quelle che sembrano?) chitarre impassibilmente ipnotiche su ritmiche fisse, a cercare lo stordimento prima e il confronto poi. Come nei tardi anni ’80 il Nemico Pubblico, solo che nel frattempo in mezzo c’è stato il post-rock, e si sente.
Nel loro disco del 2002, From Filthy Tongue Of Gods And Griots, l’ultimo brano recita a un certo punto: "How many mc’s know who faust is ?" Pochi. Forse solo loro.
     
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