Bright Eyes - Fevers And Mirrors (Wichita, 2001)

Ho ricevuto l'ultimo Bright Eyes in uno dei giorni più tristi degli ultimi anni, in cui il mio debole cuoricino è stato spezzato per l'ennesima volta. E sono proprio storie di disperazione quelle che escono dalle tracce di questo disco, capolavoro assoluto della band di Omaha. Nessuno al mondo ha mai cantato con tanta rabbia e angoscia di cuori spezzati, amori finiti che non torneranno mai più, tradimenti e bugie. Storie di vita vissuta, da ciascuno di noi, chi più chi meno. Chi non ha mai tremato al telefono parlando con la persona amata avendo paura che quella potesse dire qualcosa di doloroso? Chi non si è mai sentito alienato dal suono di una risata, come se appartenesse a qualcosa di finto? Chi non ha mai passato ore a ripensare a tutto ciò che si è mai detto mentre ci si amava, rimpiangendolo con tutto il cuore al momento della perdita? Sarà la mia situazione di questo periodo, ma mai come adesso sento mie queste note e queste parole. Questo ventenne riesce a mettere in musica i sentimenti più profondi, rendendoli palpabili e "veri", praticamente a livello "letterario" o cinematografico. Solo con le sue canzoni sono riuscito ad immaginarmi un povero ragazzo che si chiede se il nuovo fidanzato della sua ex si comporta con la stessa dolcezza che aveva lui ("Does he kiss your eyelids in the morning when you raise your head?"). Ha solo venti anni, e il suo genio è paragonabile a quello di un Will Oldham o un Geoff Farina, anche più disperato. La sua voce è spesso urlata in modo veramente da spezzare i cuori. Trattengo ancora a stento le lacrime ogni volta che ascolto certi suoi pezzi. Veramente notevole. Impressionante. Per l'occasione, tra l'altro, Conor si fa accompagnare, tra gli altri, dall'amico Joe Knapp (Son, Ambulance) e da Tim Kasher (Cursive). Mi sentirei tranquillamente di mettere questo disco tra quelli del mese, dell'anno, della vita.

Immenso! Desolante disperazione fra le mie orecchie. Meraviglioso.
Antonio

Fevers and mirrors è un album che ogni giovane del nostro decennio dovrebbe avere.
Grazie ragazzini di Omaha.
Luca

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Bright Eyes - Lifted (Saddle Creek, 2002)

Ho già espresso da qualche parte quanto ami il bambino prodigio di Omaha. Qualcuno lo ha definito un "indie Bob Dylan", forse per la proficuità a carattere compositivo, ma se posso dare la mia modesta opinione, il ragazzo, per avere solo ventidue anni, ha molti più numeri del Sig. Zimmerman. L'approccio alla scrittura dei pezzi è la stessa del lodatissimo Fevers and Mirrors, ovvero testi introspettivi e personalissimi, vere e proprie storie di vita (soprattutto sentimentale) vissuta, ma non plasticosa e patinata come ormai insegna il clichè emo - Dawson's Creek docet. La novità sta soprattutto nell'uso degli arrangiamenti: dove nei dischi precedenti si puntava sul minimalismo, qui si gioca su fiati, violini, cori femminili, vere e proprie strutture pop. E i mood all'interno del disco sono vari, rendendo il disco, abbastanza lungo, mai noioso. Si passa dall'iniziale lo-fi di The Big Picture al valzer dal sapore retrò di False Advertising, dalla Cursive-iana Lover I Don't Have To Love al country di Bowl Of Oranges e di Make War, fino alla meravigliosa ballata con tanto di slide-guitar che è Laura Laurent. Una menzione particolare va alla conclusiva, lunga, Let's Not Shit Ourselves: la sua Death Is Not The End, un vero e proprio trattato sull'amore e sui rapporti interpersonali. Il booklet, curatissimo anche dal punto di vista grafico, include tutti i testi, che possono benissimo essere letti come semplici racconti. Con delle liriche del genere anche la parola "canzone" perde significato: siamo molto più vicini alla letteratura che al pop. Una sensibilità compositiva del genere la possiamo trovare su un musicista su mille, se siamo fortunati. Quella di Conor Oberst è una lotta testa a testa con Geoff Farina come miglior songwriter degli anni '90.

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