Barzin - S/T (Ocean Music/Blue Tears, 2003)

Un profano commenterebbe che si tratta di musica "da tagliarsi le vene"... Quelle di Barzin H. - songwriter di casa a Toronto - sono invece soltanto canzoni semplici, delicate, soffici; struggenti ballate ("neo folk"?) in cui la dolcezza si (con)fonde con la malinconia, che cantano l'intima bellezza della solitudine o il ricordo di amori romantici e tristi, evocando Nick Drake e i Red House Painters. Barzin è talmente cupo, malinconico e fumoso da risultare caldo come un abbraccio. Il suo canto è poco più che un dolce sussurro, quasi una carezza; la batteria a volte non c'è, a volte è un drum loop, quando c'è dona lieve il ritmo; pochi altri strumenti vengono usati, all'insegna di una grande essenzialità, peraltro tipica dello slowcore: chitarra, organo, piano, tastiera, ma sempre con gran parsimonia. Accucciatevi in un angolo della stanza e lasciate che queste note desolate la riempiano, se ne impossessino, vi avvolgano. Past All Concerns è superba, non potrebbe esserci esordio migliore; con l'aiuto del controcanto femminile, Barzin si abbandona al ricordo della sua "nera regina", regalando immagini come in un film ("I followed you to your room/You took your clothes off"). Altro gran bel pezzo è Building A House ("Are you building a house/with these broken plans?"). Ma il disco è tutto un monumento alla solitudine e alla lentezza, legate ad una vita "immobile", fatta di pensieri, di memorie, di silenzi, di contemplazione: "I like the way these autumn evenings/wrap so slowly around my thoughts... Maybe now a perfect face will come to me... For now I have this empty room, this gypsy moon/and my morning doubts for you to see... This being here without a word/waiting for something to sing in me" (Morning Doubts); "And you find yourself/waiting by a window/with all this music in your arms" (Autumn And Moon); "A broken house/to call my own/and no one to cast/a safe sky/over my blue" (Over My Blue). Il lavoro viene chiuso dalla soporifera (ed intelligentemente battezzata) Sleep, sette minuti di sole chitarre e tastiera a disegnare un paesaggio assolutamente inatteso e struggente, che parrebbe dipinto da Labradford o Godspeed You Black Emperor!.
Barzin non inventa certo nulla di nuovo nel mettere in musica la solitudine ed il rimpianto; ma, ad assaporarli così, si scoprono piacevoli e freschi come la brezza nelle sere d'estate.

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