Anatrofobia![]() Parecchi anni fa Davide, un vecchio amico di Ivrea, mi raccontò di un terzetto "jazz" che si esibiva insieme a gruppi punk o grind che fossero pur non centrando nulla; dopo una bella manciata di anni, quattro dischi e Dio solo sa quanti concerti, il terzetto "jazz" (che jazz in realtà non faceva) è diventato una delle realtà più interessanti del panorama nazionale. Mi sembra che nonostante il passare del tempo, l'approccio attitudinale degli Anatrofobia non sia cambiato di molto, ma la loro musica invece ha attraversato varie trasformazioni. Il disco d'esordio degli Anatrofobia si chiama Frammenti Di Durata (1997) e se per molti rappresenta solo l'episodio più jazz, in realtà si tratta già di un gruppo che sta cercando di trovare una propria dimensione. Se jazz lo volete chiamare, sia free e non solo nella forma delle canzoni, ma anche nel modo in cui vengono concepiti batteria e sax, il basso è ancora molto trattenuto ma quando prende corpo mi ricorda il Laswell più rock. Nel 1999 i canavesi ritornano con Ruote Che Girano A Vuoto: l'ottima registrazione mette a fuoco le sbandate del terzetto (che in quest'occasione apre la formazione ad un flautista) verso il rumorismo e la musica concreta. Questo disco non si allontana radicalmente dal suo predecessore, ma gli Anatrofobia imparano ulteriormente a "disciplinare la loro indisciplina", le atmosfere s'incupiscono, molte tracce prendono la forma della colonna sonora. Nero Di Seppia, Musica A Piccole Dimensioni e Tracers (di cui non conosco l'originale) stupiscono, anche se vista la qualità del disco, senza dubbio uno dei più ostici, è difficile decidere quali pezzi emergano dal mucchio. Uno Scoiattolo In mezzo Ad Un'Autostrada (2000) segna un svolta per gli Anatrofobia, non solo per il passaggio da ZZZ a Wallace, ma per la metamorfosi musicale in atto. Se nei primi due dischi gli Anatrofobia potevano essere vagamente accostati ai Lounge Lizard, ora si avvicinano, se non altro per l'eccentricità, ad alcune cose di Zorn, Rova Quartet, Fred Frith, Tom Cora, David Moss, Arto Lindasay. Uno Scoiattolo... si apre a partire dalla formazione a cui, oltre al solito flauto, vengono affiancati un trombone, una tromba, una tuba, un campionatore ed una marimba, il tutto sotto la stessa supervisione dei fratelli Cartolari che si occupano anche di registrazione e missaggio. In virtù dell'aumentato numero di strumenti a disposizione e della vivacità di cui gode buona parte del disco, ormai sembra di ascoltare un'orchestra decisamente fuori dal comune. Il "terzetto-allargato" si muove senza meta sebbene ciò sia frutto di un piano ben preciso; si potrebbe azzardare un parallelo con il passaggio di Miles Davis dalla linearità di In A Silent Way fino al disassestamento "rockish" di Bitches Brew. Se alcuni episodi di Uno Scoiattolo... sono ancora un po' sfuocati, con Le Cose Non Parlano il processo di maturazione compie un ulteriore passo in avanti: ormai non si può più parlare di un genere solo, ma di una "fusione-progressiva" una specie di sintesi darwiniana spostata in ambito musicale. Muoversi dove capita, unire il "sacro" al "profano", la sperimentazione con la tradizione, il volgare con il linguaggio colto, divengono i tratti peculiari del linguaggio anatrofobico. Gli Anatrofobia finiscono per superare i riferimenti temporali stessi suonando "vecchi" e "nuovi" e creano enormi difficoltà a chi cerca di contestualizzarli fra i propri contemporanei.
Sodapop: Sinceramente credo che Le Cose Non Parlano sia uno dei migliori dischi usciti negli ultimi anni e non mi riferisco solo all'Italia; non avete mai provato ad essere esportati come gli Zu? Alessandro Cartolari: Ti ringrazio per il complimento. A fine aprile faremo dei concerti in Francia e sarà il nostro primo approccio con l'estero, ma siamo ancora lontani da una vera e propria distribuzione. S: Mi capita spesso di vedere che suonate un po' ovunque vi chiamino e che avete coperto gran parte della penisola, avete suonato spesso all'estero? Per una semplice questione di contatti di difficoltà della vostra proposta o cosa? A: In questi anni abbiamo suonato in tutta Italia, perché da sempre viviamo il concerto come uno scambio unico di emozioni ed esperienze. Abbiamo suonato nei centri sociali, nei teatri, nelle rassegne, nei locali e nelle piole, ovunque abbiano la curiosità di sentire la nostra musica. All’estero come ti dicevo facciamo quest'anno la prima esperienza e contiamo di aumentare i nostri contatti. Secondo me é solo questione di tempo e di "rompere un po' i coglioni" alle persone giuste. S: Un'attività ed una "pianificazione" del genere richiedono una grande disponibilità di tempo, non vivete della vostra musica vero? ...Posso chiedervi cosa fate per vivere e come fate a farlo conciliare con gli Anatrofobia? A: Non viviamo di musica. Io e mio fratello abbiamo una società di informatica (www.mediaducks.com) e Andrea è un educatore professionale. Dedichiamo tutto il nostro tempo libero alla musica e al lavoro di promozione per il gruppo. Lo facciamo con disciplina e serenità, senza illusioni. S: Alcuni di voi hanno una preparazione da conservatorio, nonostante ciò sembrate piuttosto slegati da un circuito concertistico di quel tipo. A: Il terzetto fondatore di Anatrofobia (io, Luca e Andrea) ha radici nel rock inteso nelle sue forme più estreme. Collaboriamo però attivamente con due persone che hanno quel tipo di formazione: Gianni Trovero (tromba) e Alessio Pisani (fagotto). In particolare l'incontro con Alessio è stato per noi fondamentale. Ha un'esperienza decennale nelle più importanti orchestre nazionali e internazionali, ma è anche attivissimo nella musica jazz e popolare. Siamo convinti che il lavoro iniziato con lui porterà a risultati interessanti. S: Credo che sul vostro ultimo disco riusciate in un'impresa in cui la maggioranza degli altri autori fallisce, quella di fondere della musica che di solito viene considerata colta con influenze di matrice decisamente popolare: è un caso o fa parte di un progetto ben preciso? A: Penso che l'ultimo CD, anche se con qualche difetto, sia un passo in avanti nel nostro percorso. L'intenzione rimane sempre la stessa: unire struttura e improvvisazione, cuore e cervello, ragione e nevrosi. Il percorso rimane lunghissimo, ma siamo convinti che la strada intrapresa sia quella giusta. S: A questo punto, visto che i vostri progetti sono a lungo termine, cosa fareste se anche solo uno dei membri fondatori, ovvero tu, tuo fratello Luca o Andrea, per una qualche ragione fosse costretto a lasciare il gruppo? Continuereste in ogni caso? A: Tutte le cose hanno una fine, ma speriamo che nel nostro caso sia in ritardo. La musica è parte della nostra vita e quindi non potremmo farne a meno. S: Quanta importanza riveste l'area in cui vivete sul vostro modo di suonare? A: La risposta non è semplice. Il luogo in cui viviamo può avere influenza come può non averne. Siamo molto affezionati al Canavese, ma dovrei provare a vivere in qualche altro posto per poterti rispondere. S: Oramai esistete da molto tempo e credo che oltre ad aver vinto il premio Darwin abbiate riscosso parecchi consensi, nonostante ciò rimanete un gruppo la cui fama è del tutto marginale e a cui le riviste di settore, entro determinati limiti, non hanno rivolto un'eccessiva attenzione. Da cosa credete che dipenda? A: La musica fa parte della nostra vita e ci rende felici, quindi tutto quello che viene lo prendiamo con grande piacere. Ovvio che mi piacerebbe maggiore attenzione, ma penso che sia una costante per tanti gruppi italiani. A volte mi chiedo se sarebbe diverso se fossimo americani... S: Dal primo al secondo disco siete andati incupendovi e divenendo maggiormente rarefatti, poi Uno Scoiattolo... e Le Cose... in un certo modo sono diventati più dinamici e si sono alleggeriti incrementando in modo esponenziale le influenze. Credete che sia dovuto al fatto che abbiate incrementato la vostra attività live o è dovuto ad altre esigenze? A: Penso sia dovuto solo alla curiosità che ci spinge a modificare sempre un pochino i nostri limiti. Poi le diverse collaborazioni e anche i tanti concerti fatti. Come ti dicevo prima è un percorso lungo che abbiamo deciso di intraprendere e siamo assolutamente ancora lontani dal traguardo finale. S: Io più che altro mi riferivo ai titoli di certi pezzi, al campionamento di Soffia Il Vento sul disco vecchio, la dedica ai vostri padri, sembra che ogni tanto emerga con prepotenza ed orgoglio il vostro patrimonio culturale... A: Spesso i nostri brani sono delle dediche a ricordi passati, alle nostre radici e alla tradizione mediterranea. Proprio l'esempio che porti del campionamento di Soffia Il Vento nel brano Caduti In Libertà è una dedica a questa terra piena di partigiani caduti per la libertà e per ideali che teniamo stretti nel nostro cuore. S: È buffo leggere la nota che avete posto in apertura del CD, dove scrivete "Questo nostro lavoro suona casualmente come una sorta di jazzrock anatrofobico..."; pensando al fatto che dal vivo di solito utilizzate gli spartiti mi sono chiesto quanto spazio viene e veniva concesso alla casualità nella vostra musica? A: Direi che è fondamentale. Anche nei nostri pezzi più scritti la dimensione improvvisativa è sempre latente. L'improvvisazione, però, per noi, non è in contrasto con la scrittura ma ne è il complemento: l'aiuto necessario affinché anche il pezzo più rigorosamente calcolato divenga vivo. La nostra è spesso improvvisazione su regole, variazione su un canovaccio stabilito, interpretazione. S: ...Stile Bitches Brew? A: Beh, con le dovute differenze (altro pianeta), sì... S: Cmc, Zzz ed infine Wallace; credo che Mirko abbia fatto un gran bel lavoro, ma non avete mai contattato un’etichetta di culto come la Tzadik? A: Siamo contenti del lavoro di Mirko Spino e non abbiamo mai avuto modo di contattare la Tzadik. Magari un giorno... S: Potete fare alcuni nomi di dischi o musicisti che vi abbiano influenzato come gruppo e singolarmente (in particolar modo Alessandro, visto che molti restano disorientati dalle tue magliette di gruppi come Slayer e Carcass pensando che sia uno scherzo)? A: Ascoltiamo tanta musica, forse troppa! I dischi che mi hanno influenzato personalmente? Sono tanti, tra questi penso Pawn Hearts dei Van Der Graaf Generator, Aenema dei Tool, Bells di Albert Ayler, Chasm e Crawl dei The Beyond, la discografia di Area e King Crimson, La musica contemporanea di Reich e dei compositori di Bang On A Can, Reign In Blood degli Slayer, Martes di Murcof. Potrei continuare per pagine... S: Sull’ultimo disco Primo Dio è un tributo ai Massimo Volume, al romanzo autobiografico di Carnevali o un caso? A: Scusa la mia ignoranza ma non conosco Carnevali e non sono un patito dei Massimo Volume, quindi direi un caso. S: Ho come l'impressione che dal vostro primo disco mentre la musica pur evolvendosi in modo impressionante è divenuta più accessibile, i titoli dei vostri pezzi spesso siano diventati molto simili a veri "slogan politici", sbaglio? A: Noi siamo la nostra musica... Nel bene e nel male il mondo che ci circonda entra nel nostro modo di far musica e nei titoli dei nostri brani... Ma se volessimo parlare di cosa pensiamo politicamente ci vorrebbe tanto spazio e tempo. S: Facendo due calcoli credo che abbiate già un bel po' di materiale nuovo... A: Abbiamo cinque brani nuovi che stiamo suonando in concerto in questo periodo e che a fine primavera/estate inizieremo a registrare, con ospiti Roberto Sassi o Alessio Pisani. Rispetto al passato la creazione di brani va più lentamente perchè cerchiamo di curare i dettagli di arrangiamento nel miglior modo possibile. Penso che sia quindi ancora lontana la nascita del nostro quinto CD. S: Il vostro prossimo futuro? A: Nell'immediato futuro abbiamo concerti in Italia e in Francia e tanta voglia di suonare... |